Nota come Fòcara (dal latino focus, ‘fuoco’) nel dialetto salentino, la Festa dei Fuochi di Sant’Antonio a Novoli è un immenso falò che viene acceso ogni anno in onore di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali. In questa sezione di Past Present Archive pubblichiamo un resoconto etnografico documentato originariamente nel 1913 dallo studioso Francesco D’Elia per Apulia, rivista culturale dedicata alla regione che cessò le pubblicazioni allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Alta fino a 25 metri, la fòcara viene descritta da D’Elia come una gigantesca catasta di legna, che qui funge da elemento di collegamento tra l’immagine del Santo e un ricco rituale comprendente colpi d’arma da fuoco cerimoniali, processioni, e momenti di condivisione comunitaria con cibo e vino. La sua forma essenziale rimane ancora oggi viva e molto partecipata. Riportiamo il testo per intero incluse le note a piè di pagina, qui rese sequenziali.

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S. Antonio Abate è chiamato in dialetto leccese Sant’ Antoni de lu fuecu ed è protettore del fuoco e dei porci, e non è a confondersi con Sant’ Antonio di Padova che è detto invece Sant’ Antoni de le tridici razzie ( “dalle tredici grazie”), evidentemente perchè la sua festa ricorre il 13 giugno. S. Antonio ricorre invece il 17 gennaio, nel qual giorno si usa benedire gli animali bovini .

Nell’ iconografia questo Santo è rappresentato con un porco accanto ed in mano un lungo bastone in cima del quale vi è un campanello, nell’ altra ha un libro su cui è dipinto del fuoco : tali simboli hanno la seguente spiegazione volgare. S. Antonio, prima di essere anacoreta e darsi alla vita contemplativa, secondo la locale leggenda fu un porcaro1 , credenza che certamente deriva dal vedere dipinto un porco nei quadri del Santo e che spiegherebbe anche il bastone ch’egli ha. Ma come è nata la compagnia di quel poco simpatico animale all’ Eremita?

Nei quadri del Santo che precedono il periodo giottesco, si vede invece del porco un topo, per indicare la solitudine della Tebaide, in cui S. Antonio volle vivere ; ora il topo in seguito si sarà trasformato in porco per indicare il fuoco della lussuria:2 ” al simbolo della solitudine, ove viveva il venerando Abate, si sostitui quello della sua potenza contro le ardenti passioni della carne”.3

Il porco è dunque il demonio tentatore. Ma un’ altra spiegazione ne dà il popolo, il quale racconta che il diavolo per tentare il Santo, gli appariva sotto forma di animali diversi ; una volta gli si presentò trasformato in porco e allora S. Antonio gli disse : ” Ora hai preso proprio la figura che più ti conviene ; cosi dunque rimani per sempre ! ” E il diavolo, senza arrecargli più molestia alcuna, rimase porco sino alla morte del Santo.4

Il campanello posto sul bastone sarà certo una invenzione posteriore e forse derivata appunto dalla credenza che S. Antonio fosse stato in origine un guardiano di porci ; il campanello servirebbe a richiamare gli animali.5 Veniamo ora alla spiegazione del fuoco, sempre secondo quel che ne pensa il popolo.

Prima di tutto osserviamo che non è improbabile che il patrocinio del fuoco assegnato a questo Santo sia una continuazione del culto pagano del fuoco, e che la leggenda cristiana sia un travestimento del mito di Prometeo ;
anzi in alcuni luoghi dicono proprio che S. Antonio discese nell ‘ Inferno per rubarvi il fuoco e darlo agli uomini, per poi far ritorno al deserto per meditare, come Prometeo che, dopo aver fatto dono agli uomini del fuoco rapito dal cielo, fu rilegato nelle aspre solitudini del Caucaso. Cosi S. Antonio è un pyrrhophóros (“porta-fuoco”) come l’antico Titano, e il suo bastone, che prende e conserva il fuoco, corrisponde alla ferula (il pramantha ariano) dell’ incatenato sulla balza scitica.

Del resto la denominazione di Sant’ Antoni de lu fuecu che si dà al Santo in provincia nostra, in altri luoghi del Mezzogiorno e in Sardegna, mi pare che derivi proprio dalla leggenda sopradetta.6. Una manifestazione continuativa del culto del fuoco si ha nell’ uso dell’accensione dei falò la sera del 17 gennaio, rito diffuso nell’ Italia meridionale e in Sardegna : in Lecce il falò (dial. focura),7 si fa d’ordinario nella piazza delle Alcantarine, ma non mancano in altri punti della città altre piccole fiammate .

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Ma il più caratteristico falò che si faccia in provincia ha luogo a Novoli, presso Lecce ; merita perciò una speciale descrizione insieme con le usanze dei giorni 16 e 17 gennaio che vigono in quel Comune, di cui S. Antonio Abate è protettore.

Già sin dai primi giorni di dicembre si raccolgono per le campagne delle legna che si vanno ammucchiando lungo la via e nella piazza denominate di S. Antonio. La focura,8 per rito antichissimo, s’incomincia a fabbricare dal primo giorno della novena, sicchè per la sua formazione s’impiegano nove giorni: essa deve esser finita a mezzogiorno della vigilia della festa.

La chiusura della focura è annunziata da colpi secchi di sparo, che richiamano al largo S. Antonio il popolo, che la vede, la ammira, la giudica. Il falò come si vede dall’annessa fotografia presa e gentilmente favoritami dall’ amico Saverio D’ Agostino di Novoli deve essere alta quanto il prospetto della chiesa, e molte volte la bandiera che lo sormonta raggiunge la sommità della croce che è sul tempio.

Alla colossale catasta di legna deve darsi la forma di cono ( volg. di un pignu = pino ) , alla cui cima si conficca un ramo di arancio con quattro o cinque frutti pendenti, chiamato la marangia de papa Peppu, perchè il ramoscello si coglie sempre dal giardino di un prete del luogo di tal nome : le arancie non pare che abbiano un significato simbolico. Si sogliono anche mettere delle spighe di grano legate a palma ( simbolo, forse, di abbondanza), e da ultimo una bandiera tricolore, a cui è fissata un’immagine di S. Antonio, che naturalmente brucerà anch’essa!

Il giorno 16, nelle ore pomeridiane, gira per le vie del paese la processione, cui prendon parte tutte le confraternite del luogo ; i popolani recano in mano dei grossi cerei del peso di non meno di dieci libbre; alcuni candelotti pesano sino a cinquanta libbre e prendono il nome di sugghi per la loro grossezza9. Si forma così l’ intorciata,10 nella quale si notano – con manifesta soddisfazione dei paesani parecchi quintali di cera.

Quando la statua del Santo esce dalla chiesa, s’incominciano a raccogliere i doni votivi, che consistono in oggetti d’oro, più specialmente in orologi , che si appendono al “fuoco” di oro che reca l’immagine, e se ne veggono penzolar tanti che il Santo merita il nome di tirluciaru orologiaio”.11

Al ritiro della processione, sparati i fuochi artificiali, al suono della marcia reale si accende la focura , onore che spetta al capo procuratore della festa. Quindi la gente si ritira a pranzare : quel giorno per Novoli è perfettamente
simile alla vigilia di Natale di ogni altro luogo, quindi è di rito preparare tutte le solite fritture natalizie .

Il falò intanto arde a viva fiamma tutta la notte, ammirato da buona parte del popolo che dopo le profuse libagioni, specie del rituale vin moscato, passa la notte chiacchierando, scherzando, cantando. Il fuoco vivo dura tre giorni, poichè consumate le sarmente , cioè i rami di albero, incominciano a bruciare le rape, i grossi tronchi collocati alla base della catasta. Tutto il popolo fa a gara per prendere un po’ di quel sacro fuoco per divozione , la cenere invece viene venduta come reliquia.

Il giorno 17 poi è un gran concorso di forestieri che han fatto voto, i quali si portano a Novoli quasi tutti a piedi, recando dei grossi cerei per la seconda “intorciata” che è formata soltanto da loro. Tale ” intorciata ” percorre solo il tratto che va dalla chiesa del Santo alla parrocchia: una fragorosissima batteria, cui si profondono parecchie centinaia di lire e che vien chiamata strascina per la sua lunga durata, si accende un quarto d’ora prima che uscisse la processione e deve finire quando questa è giunta alla parrocchia.

In tal giorno di festa così solenne, per antica usanza, nu sse ncammera, cioè, non si mangia di grasso, nè carne, nè latticini ; e sono di rito i gnocchi col pesce, il quale giunge in abbondanza dalle vicine marine: è pure rituale il moscato, produzione del luogo, che in tale circostanza è venduto ad alto prezzo.

About the Author


Di Francesco D'Elia si sa poco. Fu un collaboratore della rivista salentina Apulia nei primi anni Dieci del Novecento, attivo su due fronti: il folklore religioso, con un saggio sul culto di Sant'Antonio Abate e la focara di Novoli (da cui è tratto il testo qui presentato), e la dialettologia, con le Ricerche Etimologiche Dialettali pubblicate nel 1910 sulla stessa rivista. Scriveva da Lecce, ma non siamo riusciti a trovare reperire ulteriori dati biografici.

animaloci.org

Footnotes & references

[1] Mentre è noto che fu un nobile egiziano ; cfr. il Breviario Romano : Antonius Aegyptius, nobilibus et christianis parentibus natus …..
[2] Cfr. Riv. delle tradizioni popol. ital. , a. I, n. 4 ( Roma, tip. Forzani e C. , 1894) del De Gubernatis .
[3] Cosi il prof. F. Valla nella cit. Riv. delle trad. pop. ital. , a. I, fasc. 7; cfr. i suoi articoli : ” Sant’ Antonio Abate va all’ inferno ” e « S. Antonio e Prometeo » .
[4] A qualcuno che s’innamora o prende affezione per una persona brutta suol dirsi , con un paragone, che ha fatto come S. Antonio ca se ‘ nnamurau de lu puercu.
[5] Il Capitano Black ( Giuseppe De Dominicis ) nei Canti de l’autra vita ( Lecce, tip. Coop. 1900 ) tale servizio appunto fa fare al campanello di S. Antonio, quando in Tiempu doppu racconta una baruffa tra quel Santo
e S. Eligio per certe grazie che si erano scambiate fra loro.
Sant’ Antoni la mazza scín bausau,
lu campaniedhu mpisu cutulau .
….. Ogne puercu appena ntise
lu campaniedhu ca se cutulau,
tuttu de paru a currere se mise,
de lu lutacchiu ogne unu se ‘ ntesau …..
[6] In francese la risipola si chiama anche feu Saint-Antoine, e cosi in inglese : Saint-Anthony’s fire, per le escrescenze rosse cutanee. Anche in Italia in qualche luogo chiamano ” fuoco di S. Antonio ” la resipola ed altre specie di erpete.
[7] Fòcura e in provincia fòcara è uno dei tanti neutri plur. divenuti sing. femm. per il loro valore di collettività, non estranei anche nella lingua. Questa voce inoltre appartiene a quel gruppo di neutri coll’uscita lat. in -öra (-ěra), dial. -ŭra (-ara) e poi -ŭre (-are), che fu diffusa nel basso latino e che fu presa, s’intende, anche da nomi che originariamente non l’avevano e che non erano nemmeno neutri, come : le manure, le pizzure, le àrcure, le stípure etc. e parecchi altri, plurali rispettivamente di manu, pizzu , arcu, stipu, ecc. Focura è un antico plur. di fuecu (focu) , come -lo prova, a mo’ d’esempio, il verso di Ciullo d’ Alcamo :
Traeme d’ este focura, se ti este a bolontate ….
Nel leccese divenne singolare : la focura, quasi: riunione di fuochi », il “falò”. Simile evoluzione ebbero altre voci, come area “aia” , nel cui corrispondente leccese àjara dee vedersi un neutro plur. singolarizzato.
[8] A Novoli fòcara ; dicono anche fanò, cioè ” falò ” parola intrusa di recente dalla lingua.
[9] Sugghi, Novol. suji, sono i cilindri del telaio su cui si avvolge l’ordito ; ital. subbio, da subulum (rad. su di suere = cucire) .
[10] Intorciata, processione in cui i fratelli portano tutti delle torcie (ital. torcie o torchi o torcoli).
[11] Da tirloci, leccese tarloci “orologio”

 

 

 

Tratto da Apulia. rivista di archeologia, filologia, storia e arte della regione, Vol. 3, Martina France: Apulia, 1912. Disponibile presso il sito Internet Culturale, qui (pp. 66-69) [ultimo accesso 2 September 2026]

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Approfondimenti:

Spagnolo, G. (2025) Novoli e il culto di sant’antonio abate: Le Origini e La Focara. Fondazione Terra D’Otranto. Disponibile all’indirizzo: https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/01/12/novoli-e-il-culto-di-santantonio-abate-le-origini-e-la-focara/ (Accessed: 03 September 2026).

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Immagine di apertura: la fòcara, Saverio D’Agostino, (ca. 1912), pubblicato in Apulia. rivista di archeologia, filologia, storia e arte della regione, Vol. 3, Martina France: Apulia, 1912.


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