La Bocca della Verità
Quando si parla di Bocca della Verità ci si riferisce a qualcosa che va ben oltre il grande volto in marmo che si trova a pochi passi dal cuore di Roma. È innanzitutto una leggenda medievale che narra dell’esistenza di una statua capace di mordere la mano di chiunque mentisse inserendola nella sua bocca. Questo testo del 1891, scritto da Ersilia Caetani Lovatelli, una delle rare archeologhe e studiose di antichità nella società italiana dell’epoca, esplora la connessione tra la leggenda e il curioso oggetto romano, evidenziandone la trasformazione da tombino per lo scarico delle acque reflue a scultura agente capace di rivelare la verità. Centrale nell’analisi è il paradosso dei giuramenti equivoci: come individui astuti riescano a superare questo tipo di prove attraverso affermazioni tecnicamente veritiere ma deliberatamente ingannevoli. Oggi la Bocca della Verità di Roma è un’attrazione turistica, con migliaia di visitatori ogni anno che ripetono, fotografandosi, lo stesso gesto secolare. Questa traduzione conserva il testo originale per intero, ma abbiano aggiunto alcune immagini tratte dalla storia dell’arte e dalla cultura popolare.
Nusquam minus Roma cognoscitur, quam Romae! Così scriveva cinque secoli fa incirca il Petrarca in una lettera a Giovanni Colonna;1 e pur troppo egli potrebbe ripetere lo stesso oggigiorno se tornasse in vita, atteso che ben piccolo é il numero di coloro che conoscono la storia dei nostri antichi monumenti, e le diverse vicende cui col variar dei secoli andarono soggetti.
Anzi debbo dire, e non senza un certo sentimento di rammarico, che per i più lo studio dell’antichità e le archeologiche discipline, sono un sinonimo di cosa grave ed uggiosa, massime poi se si tratti di monumenti meno ragguardevoli sia dal lato della storia, sia da quello dell’arte. Onde ho per fermo, che ben pochi son quelli che riducendosi a visitare l’antica e bella chiesa di s. Maria in Cosmedin, e soffermandosi alquanto entro il suo portichetto a rimirare la grande maschera marmorea ivi allogata e volgarmente conosciuta sotto il nome di Bocca della Verità,2 sappiano a quale uso essa servisse, e quale curiosa leggenda vi si riferisca.
Prima pertanto di procedere innanzi, stimo non al tutto disutile il dire alcune brevi parole intorno alla sopra accennata chiesa, di cui s’ignora in qual tempo precisamente sorgesse, e in sulle rovine di quale antico tempio; se di quello della Pudicizia Patrizia ovvero dell’altro di Cerere, Proserpina e lacco. Ma comunque si sia è certo, che cotesta chiesa già insino da antico tempo ebbe il grado di diaconia.
Anonimo. Santa Maria in Cosmedin, in Piazza Bocca della Verità, Roma, 1875 – 1896. Fonte: Lombardia Beni Culturali.
Il Duchesne3 di fatti ha chiaramente dimostrato, che le diaconie cominciate in sullo scorcio del settimo secolo e dopo che il paganesimo e il mondo antico più non esistevano, erano per la maggior parte nel centro della città e sorte sul posto di antichi edifici pubblici, quando pur non erano esse stesse pubblici edifici ridotti a chiese. E ciò all’opposto dei titoli presbiteriali, che fondati allorché il paganesimo imperava in Roma, si trovavano in luoghi remoti, lungi dal centro della città, dal Campidoglio e dal Foro.
In quanto alla chiesa di s. Maria, si disse da prima in Schola Graeca, secondoché generalmente si crede, da un sodalizio, schola, di greci quivi residenti4 e di cui ci rimane tuttora memoria nella odierna e prossima via detta « della Greca ». E poiché alla congregazione greca, oltre la chiesa, apparteneva il territorio circostante, cosi questo ancora si chiamò Schola Graecorum ; e Ripa Graeca fu nel decimo secolo denominata tutta quella parte della riva del Tevere.
Ma il signor Costantino Corvisieri dottissimo ed autorevolissimo giudice in ogni cosa risguardante il medio evo, é invece di avviso che la denominazione di Schola Graeca non da altro traesse origine, che dalla presenza di un presidio militare stanziato alle falde del Palatino ad onore e difesa degli imperatori di Oriente, e dei duchi che li rappresentavano. Il che veggiamo similmente succedere presso gli esarchi di Ravenna, ove Schola Graeca ha il significato di ‘guarnigione militare’5
Il signor Corvisieri, del resto, non esclude che in quel luogo, perchè abitato dai greci, non potesse esservi una scuola nazionale; egli solo non ammette che da questa sia provenuta la denominazione della contrada, tanto più che la parola schola era d’ordinario adoperata per indicare un corpo militare, il che pure si raccoglie dagli scrittori anteriori al decimo secolo.
Qui poi mi sia permesso accennar di passaggio, che la basilica di s. Giorgio in Velabro, dedicata in prossimità di s. Maria in Cosmedin al martire più popolare della chiesa greca, ed eretta al tempo in cui un duca bizantino reggeva Roma, era grandemente onorata e frequentata dai greci, contuttoché non fosse quella la sede della predetta schola.
Amavano essi nondimeno di esservi dopo morte sepolti, come in un luogo di loro proprietà, il che appieno fanno manifesto alquante iscrizioni greche dell’età bizantina quivi rinvenute. Dalle quali inoltre risulta, che non solamente i fedeli sepolti in s. Giorgio in Velabro appartenevano alla colonia greca di Roma, e che questa racchiudeva nel suo grembo uomini abbastanza esercitati nelle lettere, ma che si fatta colonia aveva eziandio un clero proprio, il quale è assai probabile ufficiasse quella chiesa nella seconda metà del nono secolo.6
Ed ora tornando alla chiesa di s. Maria, essa non fu chiamata in Cosmedin, che vale « bene ornata » se non dopo la riedificazione fattane da papa Adriano I, e questo a cagione appunto dei molti e ricchi ornamenti onde quel pontefice si compiacque abbellirla, quantunque il suo compiuto rinnovamento non avvenisse se non sotto di Callisto II e de’ suoi successori.
È adunque nel portico di cotesta antica chiesa, prezioso gioiello dell’arte medievale, che si trova collocata a sinistra di chi entra la cosi detta Bocca della Verità, quivi fatta trasportare Tanno 1632 dal canonico Placidi; essendoché prima di quel tempo la si vedeva addossata al muro della facciata del portico che guarda verso la Marmorata.
La Bocca della Verità a Roma presso Santa Maria in Cosmedin.
Si compone essa di un disco rotondo7 in marmo pavonazzetto, sul quale é con buona maniera condotta di rilievo una grande faccia umana, dalla cui ricca ed arricciata capigliatura escono in sulla fronte due forbici di granchio, oppure, secondo l’opinione di altri, due piccole corna di ariete ; il che del resto non è facile discernere e giudicare per essere il marmo assai logoro e corroso dal tempo.
Io tuttavia non potrei aderire a tale ultima congettura, per la ragione che cotesta effigie rappresenta senza fallo una divinità marina, come tra breve m’ingegnerò di dichiarare, e quindi meglio le si addicono le forbici di granceola o chele. È rotta in due pezzi, ma ai lati della sua superficie rimangono tuttora visibili i fori dei chiodi, che servirono ad affiggerla e fermarla sul luogo cui in origine venne destinata.
Per quello che concerne il suo Uso, vari e differenti ne furono i giudizi, alcuni de’ quali potrebbero più presto chiamarsi fiabe o leggende. Così il minuto popolo insin da antico tempo la disse un simulacro di Giove Ammone posto sull’ara di cotesto dio, e dinanzi a cui si conducevano i rei di spergiuro per iscoprirli, che se avessero giurato il falso, non sarebbe stato loro in nessun modo possibile ritrarre la mano dalla fatale bocca; donde l’appellazione di Bocca della Verità che oggidì ancora ritiene.
Una epigrafe di fatti lì presso collocata l’anno 1632, afferma che servì a giurare introducendo la destra nella sua bocca aperta. La quale superstiziosa credenza, (che per avventura non sarà stata se non una falsa tradizione della consuetudine che avevano gli antichi romani di dare i solenni giuramenti sull’Ara Massima poco di lì discosta) noi ritroviamo, sebbene alquanto alterata, nelle Mirabilia, ove é detto che dalla bocca di quella marmorea faccia, uscissero responsi ed oracoli. Del resto la denominazione di Bocca della Verità, risale al medio evo.
Alcuni frattanto, sollevando il fantastico velo della leggenda e prendendo a studiare accuratamente quell’antica effigie, si andarono pian piano avvicinando al vero. Chi la stimò un ricettacolo di acqua di un qualche tempio scoperto al di sopra, come, a modo di esempio, il Pantheon; altri un emissario di fontana; e chi semplicemente una bocca di chiavica; mentre il Winckelmann raffigurandovi l’ immagine di un Oceano a cagione delle due branche che le ornano la fronte, speciale attributo di quel nume, sentenziò che allogata nel mezzo di una piazza, essa dovè raccogliere le acque pluviali per entro i pertugi della bocca, delle narici, e degli occhi, e poscia tramandarle nelle adiacenti cloache.
Il Visconti finalmente die’ nel segno.8 Egli mediante un passo di Properzio9 in cui si parla di quei dischi nei quali era intagliata l’effigie di un tritone e che conficcati nel pavimento di luoghi pubblici, massime dai fori della bocca, ricevevano le acque derivanti o dalle prossime fonti o dai rigagnoli correnti per le vicine contrade in tempo di pioggia, ingegnosamente argomentò che la Bocca della Verità eziandio altro non fosse, che uno di quei dischi a cui appunto allude il poeta. I quali, presentando in sulla superficie l’immagine di un tritone e situati orizzontalmente nel mezzo delle piazze, porgevano ricetto ed insieme passaggio alle acque:
Quum subito Triton ore recondit aquam. [Quando improvvisamente il Tritone nasconde l’acqua nella bocca.]
Non credo poi fuor di luogo a tal proposito ricordare, che il marmo di che trattiamo non isfuggi all’attenzione dell’ About allorché visitò Roma ed i suoi monumenti, il quale ne ha lasciato un cenno tra il burlesco ed il serio, nella sua « Rome Contemporaine ».10
Ma oramai é tempo che io qui esponga la favolosa storiella che alla Bocca della Verità si riferisce, ed a cui la fervida fantasia del medio evo volle associare la soave figura del poeta mantovano, tenuto in quella età per mago e incantatore.11
Goerge Pencz, La Bocca della Verità, ca. 1533–1534. Fonte: Cleveland Museum of Art.
La storiella adunque narrava, che Virgilio avesse fatto in Roma un volto di marmo con la bocca aperta, dentro della quale dovevano ficcar la mano le persone chiamate a testificare la loro castità e fede coniugale, donde per alcuna maniera non avrebbero potuto ritrarla qualora avessero mentilo. Una donna tuttavia che manteneva una pratica illecita, obbligata dal marito, entrato in sospetto, di giustificarsi per mezzo di si fatta prova, seppe astutamente trovare il modo di renderla vana ed inefficace; ed ecco come.
Impose all’amante che simulandosi pazzo, in lei quasi a caso si abbattesse là dove il giuramento doveva pronunziarsi, e che vedendola comparire, correndo e folleggiando, le si facesse incontro ed incontanente l’abbracciasse. Il che subito ridotto ad effetto per filo e per segno, e nessuno meravigliandosene per essere colui tenuto matto, la donna fingendo cruccio, giurò che da nessun uomo mai al mondo era stata abbracciata se non dal marito e da quel povero pazzo ; e poiché questa era la pura verità, cosi la mano usci illesa dalla terribile prova.
Ma Virgilio a cui nulla si poteva nascondere, fu costretto a confessare che le donne erano di gran lunga più scaltre di lui; e da quel giorno in poi la marmorea effigie perde la sua portentosa virtù. Cotesta faceta avventura, che dovè senza fallo godere di una certa fama, vedevasi altra volta dipinta in una casa edificata dirimpetto alla chiesa di s. Maria Egiziaca, oggi intieramente distrutta.12
Sembra pertanto che non furono i romani quelli che misero Virgilio in relazione con si fatta leggenda, che anzi é da tenere che nel secolo duodecimo in Roma non se ne avesse per anco notizia. Solo tra il popolo correva voce che i romani antichi nel prestare un giuramento, solessero introdurre la mano nella bocca aperta di quell’effigie, la quale azzannava senza eccezione qualunque spergiuro tentasse la prova.
E soggiungevasi, che il meraviglioso prodigio era durato insino a che l’astuzia di una femmina adultera l’aveva subitamente fatto cessare. Si avverta tuttavia che cotale leggenda, che a noi occorre trovar ripetuta in alcune delle novelle indiane, sebbene con qualche variante, in Europa anche disgiunta dal nome di Virgilio, era notissima fin da tempo antico, come ne viene a far testimonianza il seguente aneddoto che si legge in Macrobio.
Un certo Tremellio, mentre stava tranquillamente diportandosi in campagna, gli schiavi suoi presero ed uccisero una scrofa poco dianzi scappata ad un vicino, il quale accortosi della cosa, e temendo che gli fosse trafugata, fece dalle sue genti circondare la casa di Tremellio, imponendo in pari tempo a costui di restituirgli tosto l’animale.
Ma Tremellio al quale gli schiavi avevano minutamente riferito il fatto, per fuggire senza inconveniente il soprastante pericolo, nascosta con gran prestezza la pelle della scrofa entro il letto ove giaceva la moglie e permesso quindi al vicino di eseguire le dovute indagini, giunto che fu alla stanza da letto solennemente giurò, che nessuna altra scrofa si trovava ih casa sua tranne quella che era là distesa sotto le coltri; e nel dir ciò, additando la moglie, faceva sembiante che di lei solo volesse accennare.13 Il qual lepido e scaltro giuramento valse a Tremellio il soprannome di Scrofa, che passò di poi ai suoi discendenti.14
Ad ognuno sarà facile scorgere la molta simiglianza che, eccettuatone Fintreccio amoroso, passa tra cotesto aneddoto e la leggenda relativa alla Bocca della Verità; leggenda che siccome dissi più sopra, anche indipendentemente dal nome di Virgilio, fece il giro di Europa. Il più antico scritto in cui a noi accada vederla apposta al poeta augusteo, è una prosa anonima tedesca della prima metà del secolo decimoquarto, intitolata: Di una effigie in Roma che strappava coi denti le dita alle donne adultere15; ed é naturale che importato a Roma, il favoloso racconto si collegasse con la faccia di marmo di s. Maria in Cosmedin. Nel romanzo francese Virgilius al contrario, l’effigie si muta in un serpente di bronzo che morde la mano agli spergiuri e mentitori, ma nei Dialoghi ameni16, la novelletta è riportata come nella posteriore leggenda romana.
Altri esempi ancora potrei allegare d’immagini le quali nel superstizioso medio evo, pieno di fole e di meraviglie, si credeva avessero la mirabile potenza di svelare le altrui colpe; ma intorno a questo speciale argomento, fo conto di tornare a discorrere in altra occasione. E perciò mi ristringerò a ricordar soltanto, e una certa statua di cui parla Codino17, scrittore bizantino, la quale fornita di quattro corna, girava tre volte intorno a sé stessa, se avvicinata da un uomo la cui moglie fosse infedele; ed un antico ponte sopra cui al tocco di una campanella non avrebbe potuto reggersi se non chi avesse serbata intatta la fede coniugale, e che sarebbe stato a bella posta costruito da Virgilio con le sue arti magiche, a fine di confortare un disgraziato che la moglie aveva tradito, provandogli in cosi fatta guisa quanto grande fosse il numero de’ suoi compagni di sventura. Ai quali due esempi, aggiungerò anche l’altro di una portentosa statua di Venere, che le donne impudiche faceva subitamente apparire ignude nel cospetto di tutti.18
Audrey Hepburn e Gregory Peck in ‘Vacanze Romane’ (1953), diretto da William Wyler.
In quanto alla cosi detta Bocca della Verità, non mi resta ormai altro da dire se non che a noi accade pur trovarne memoria in una descrizione dì Roma scritta pel Giubileo dell’anno 1450, nella quale si leggono le seguenti testuali parole : ‘Una pietra tonda a modo di macina con uno viso intagliatovi dentro che si chiama la lapida della verità, che anticamente aveva virtù di mo^ strare quando una donila avessi fatto fallo al suo marito.’19 La quale falsa opinione sembra che seguitasse a perdurare nel popolo anche due secoli dopo, allorché si pretendeva che ove una moglie infedele avesse cacciato la mano in quella bocca spalancata, questa si sarebbe incontanente chiusa.20
A ogni modo si fatto marmo, da più secoli conosciuto sotto il nome di Bocca della Verità, non presenterebbe in vero nessuna speciale importanza, se non vi si riferisse appunto uno dei più curiosi episodi di quella bizzarra leggenda, con la quale il medio evo si compiacque di trasformare in mago e incantatore il più gentile poeta del sangue latino.
Footnotes & references
[1] Libro VI delle Famigliari, lettera lI.
[2] Vegg. Ficoroni, Le Vestigia di Roma ant. p. 25 che ne dà il disegno; e il Von Duhn, Antike Bildwerke III, p. 82, che cita gli autori che ne hanno parlato.
[3] Notes sur la topografie de Rome au moyen àge, II; Les titres presbytériaux et les diaconies.
[4] È opinione di alcuni, ma non so in vero da quante buone ragioni confortata, che s. Agostino durante Ut sua dimora in Roma, ivi insegnasse rettorica.
[5] Si menziona in Ravenna una Schola Graeca nel sesto secolo. Marini, Pap. n. CXX, 185 : Leonti Medici ab Schola Graeca.
[6] Cf. Batiffol, nei Mélanges de l’Ecole Française, 1887, pag. 419-91
[7] Misura della circonferenza 1m, 70. Il Von Duhn, Antike Bildwerke, III, p. 82, pretende che essa offra una certa simiglianza col volto del Giove di Otricoli.
[8] Mus. Pio clem. VI, p. 52.
[9] II, 82
[10] « Cette Bouche-de-Verité est une curieuse relique du moyen àge. Elle servait aux jugements de Dieu. Figurez-vous une meule de moulin qui ressemble, non pas à un visage humain, mais au visage de la lune ; on y distingue des yeux, un nez et une bouche ouverte où l’accuse mettait la main pour prèter serment. Cette bouche mordait les menteurs; ai moins la tradition l’assure. J’y ai introduit ma dextre en disant que le Ghetto était un lieu de délices, et je n’ai pas été mordu». [Questa Bocca della Verità è una curiosa reliquia del Medioevo. Veniva utilizzata per i giudizi di Dio. Immaginate una macina da mulino che non assomiglia a un volto umano, ma piuttosto al volto della luna; vi si distinguono degli occhi, un naso e una bocca aperta nella quale l’accusato introduceva la mano per prestare giuramento. Questa bocca mordeva i bugiardi; almeno così vuole la tradizione. Vi ho introdotto la mia mano destra affermando che il Ghetto era un luogo di delizie, e non sono stato morso]
[11] Veggasi specialmente Comparetti, Virgilio nel medio evo, e le fonti ivi citate.
[12] Platner, ecc., Beschr. Roms, III, l, p. 382. III, 1, p. 382. [Nota di traduzione: “Beschr. Roms” = abbreviazione di “Beschreibung Roms” (Descrizione di Roma) in Tedesco.]
[13] Saturn. I, 6, 30.
[14] Secondo altri invece, tale soprannome sarebbe venuto alla gente Tremellia, da un Tremellio questore in Macedonia l’anno 142 av. Cristo, il quale nell’assenza di A. Licinio Nerva propretore di quella provincia, distrusse un pseudoPerseo o un pseudo-Filippo e un’armata di sedicimila uomini. Si vuole che assalendo i nemici egli dicesse, che gli avrebbe dispersi ut scrofa porcos, donde il soprannome di Scrofa a lui ed a’ suoi discendenti.
[15] Vegg. Comparetti, Virgilio nel medio evo, II, p. 122.
[16] Cf. Genthe, Vita e memoria durevole di Virgilio poeta e mago, p. 75 « …Virgilio ha composto in Roma un’immagine, e vi si mettono a prova coloro che prestano giuramento. E colà l’uomo deve porre la mano dentro della bocca. Se uno ha giurato il falso la faccia ‘gli tronca col morso la mano».
[17] Codinus, De aedificiis Constantinopolitanis, p. 119.
[18] Codinus, De signis Constantinopolitanis, p. 50-1.
[19] Archivio della Società Romana di Storia Patria, IV, p. 580.
[20] Berchenmeyer, Le Curieux antiquaire, Leide, Pierre Vander Aa, 1729; I, p. 294 « …un Marbré qui représente une téte, la bouche ouverte, et les bonnes gens disent, que si une femme infidèle à son mari y mettoit la main, cette bouche se fermeroit ». […un marmo che raffigura una testa, con la bocca aperta, e la brava gente racconta che, se una donna infedele al marito vi introducesse la mano, quella bocca si chiuderebbe]. Alcuni falsamente credettero che cotesta effigie fosse quella del Pallore o del Terrore venerato in Roma. Veggasi Venuti, Descrizione Topografica delle Antichità di Roma, II, p. 28. Il poeta satirico Gioacchino Belli, fece della Bocca della Verità il soggetto di un suo sonetto. Ediz. Morandi, II, p. 194.
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Capitolo tratto da from Ersilia Cetani Lovatelli, Miscellanea archeologica, Roma, Tip. della R. Accad. dei Lincei, 1891. Disponibile qui https://archive.org/details/miscellaneaarch00lovagoog/page/n5/mode/2up [Ultimo accesso 9 Gennaio 2026]
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Immagine principale: La bocca della Verità, di Lucas Cranach il Vecchio, olio su tavola, 1514