La tregenda [da un dialetto nord-italiano: “passaggio; via di transito”] si riferisce ai raduni di streghe e spiriti maligni che si riuniscono di notte per compiere azioni malvagie. Mentre la credenza in questi raduni demoniaci ha avuto diffusione in tutta Europa, nel Friuli del XVI-XVII secolo assunse una forma singolare attraverso la sua connessione con il fenomeno dei benandanti [lett. “buoni camminatori”] – contadini che, in forma di spirito, si recavano ai sabba per ingaggiare battaglie contro le forze malvagie ed impdere così che colpissero raccolti e bestiame. Nonostante il loro antagonismo verso le forze del male, i benandanti finirono presto sotto l’occhio dell’Inquisizione e furono sottoposti a interrogatori e processi fino a essere assimilati alla stregoneria, così che quelle che per loro erano battaglie contro il male diventarono per la Chiesa partecipazioni al sabba diabolico. Il seguente estratto da La vita in Friuli dello studioso Valentino Ostermann è un testo del 1894 che offre scorci sia su questa ormai avvenuta assimilazione, sia sull’interconnessione invisibile tra l’immaginario del sabba e il paesaggio fisico italiano e in particolare friuliano.

Keywords:

Al giovedì le streghe fanno i lor convegni ed i banchetti, in una parola la celebre tregenda. Anche le friulane, come le streghe di tutti i paesi, come quelle del coro del Macbeth, si riuniscono in luoghi disabitati, aridi e deserti. In Italia sono celebri il noce di Benevento,1 il monte Paterno presso Bologna, il monte Spinato verso la Mirandola, il Serva nel Bellunese, ecc.

In Friuli vanno memorandi per fatti straordinarii e frequenti apparizioni, il monte Tenchia a Cercivento, il monte Sarte, il Canino, i cui scheggioni sarebbero la sede di confino per i dannati,2 mentre le praterie del versante meridionale del Sarte sarebbero riservate per la ridda delle streghe. Dalla grotta detta la busate dei corvàz nella valle del Cornappo, veggonsi uscire le streghe che scendono a ballare dietro la vecchia ancona sul sentiero di sotto, nella località detta i Cretàz sulla strada che conduce a Chalminis.3

La contessa Caterina Percoto4 e dopo di lei Giosuè Carducci5 ricordarono la tregenda della Tenchia, e parimenti il Del Torre rammentò quelle che avrebbero per teatro gli aridi altipiani del Carso ( V. Cap. I.).6 Sembra pertanto che una plaga centrica, indicata da tutti come posto comune, in Friuli non ci sia, o che io non la seppi scoprire. Odesi contar sovente invece che le streghe si riuniscono nelle vaste brughiere dei nostri fiumi-torrenti, presso le disabitate rovine di qualche antico castello, in fondo ai boschi più remoti, od in qualche landa più selvaggia, lontano dalle abitazioni e dalle località frequentate.

La tregenda è illuminata da candele di pece nera, o da torci fatti con pezzi scheggiati di pino resinoso (fògulis), le quali danno più fumo che splendore. Le streghe e gli stregoni vi intervengono, vi fioccano da tutte le bande a cavalcioni del manico della granata o a bisdosso di un diavolino o portati da quei che nacquero colla camicia,7 predestinati a diventare alla lor volta, secondo i casi, o streghe o stregoni.8

Ella s’unge e s’inzavarda
Tutta ignuda nel campo del camino,
Per andar sul barbuto sotto il mento
Colla granata accesa a Benevento.9

Ove la notte al noce eran concorse
Tutte le streghe, anch’esse sul caprone,
i diavoli, e col Bau le Biliorse
A ballare, a cantare, a far tempone.10

Caddero sotto le ugne del Sant’ Officio per essere intervenuti alla tregenda:11

Nel 1624 Silvestro mugnaio trevisano, e Paolina sua moglie abitanti nella fortezza di Palma accusati di andare per aria sopra le nubi, ed era ciò tanto vero che l’accusatore insieme con certo Antonio della Gatta, oste in detta fortezza, li avea seguiti e veduti ridiscendere ed entrare nella casa di certo Antonio Barbiere in Borgo d’Udine. Altra volta i coniugi stessi furono veduti in forma diversa dell’umana. Di più la detta Paolina aveva pregato lo stesso accusatore volesse vedovarla del marito, promettendogli in ricambio, mediante i suoi maleficii, di renderlo vedovo lui pure, ond’essere liberi così di fare assieme un altro mogliazzo.

Ognuno che interviene alla tregenda deve recar seco una od altra erba velenosa, da farne un presente a messere il diavolo che resta assiso in tutta maestà a presiedere l’adunanza.12 Egli riceve l’omaggio dei suoi fedeli, ne ammette anche taluno all’onore di baciargli, non la bocca, ma l’orifizio corrispondente dalla banda di settentrione, che, trattandosi d’un diavolo, torna po’ poi la stessa minestra.

Coll’erbe venefiche avute in regalo aspergerà poi tutta l’adunanza di piscio diabolico, trattando l’aspersorio con la mano sinistra. Il diavolo di solito comparisce in forma di becco o di cane. Nel mezzo del circolo bolle il calderone in cui viene gettato il mazzo d’erbe che ha servito di asperges, aggiungendovi rospi, ragni, scorpioni, vipere, salamandre, pipistrelli, e bambini rubati dalle streghe. Codeste poi ne raccolgono la schiuma per comporsene l’unguento fatato. E mentre la caldaja bolle, si balla, ma si balla furiosamente in circolo, ed in quel vortice non c’è più legge, ne galateo, vi regna il più sfacciato comunismo, ognuno domanda – nessuno rifiuta – baldorie fra maghi e streghe, fra streghe e diavoli da sfatare le lascivie di Tiberio e di Nerone.

Finite le danze, e gli accessori, si rovescia il calderone, e i ballerini si ristorano col prelibato intingolo. All’avvicinarsi dell’alba tutti ritornano alle proprie case per aria, come sono venuti; e guai se in quella volata udissero il suono mattutino d’una campana o il canto d’un gallo, o si lasciassero uscire di bocca senz’avvedersi un’invocazione al nome di Dio, di Cristo o della Madonna, – correrebbero rischio di precipitare al suolo e di fiaccarsi il collo.

Nel Regesto tante volte citato, sono numerosi i processi per stregoneria; oltre i riportati trovo anche i seguenti:

1582. Teofìlo Buri di Pieris in quel di Monfalcone per essere benandante e per intervenire al ballo del giovedì; citato a comparire, fugge dal paese, ne si sa più di lui.

1595. Caterina moglie di Domenico, lo fu del pari perchè avea confidato alla propria suocera Tadea da Mortegliano di essere strega e d’andare assieme col marito ogni giovedì al convegno, ove si faceva alle braccia13 colle altre streghe.

1599. Florida, moglie di Alessandro Basilio notajo di Udine, oltreché per altri titoli altrove ricordati, fu processata per aver dichiarato ella pure di essere strega e d’andare ogni giovedì a spasso coi morti.

1600. Pascutta Agrigolante di San Martino di Terzo che si vantava di essere benandante e d’andar a combattere coi benandanti, e Bernarda moglie di Francesco Peressut della villa di Maruzzis, la quale faceva gli stessi vanti, dicendo che andava a combattere coi benandanti a cavallo d’una lepre, e che faceva i suoi malefìzi nel Goriziano, perchè là le streghe sono meno severamente punite.

1601. Gasparina cieca che vantavasi di parlare con Dio e d’andare alla tregenda.

1622. Un fanciullo al servizio del Dr Locateli di Udine per essersi espresso ch’era benandante e che cavalcando un cane, interveniva alla tregenda ove si combatteva con dei rami di finocchio.14

Nell’anno stesso Leonardo Badan o Badovino dì Galliano perchè si vantava d’essere benandante molto esperto, di conoscere le streghe, alcune delle quali indicava per nome, e di prendere parte ai combattimenti del giovedì.

Cosi nel 1645 fu processata Zanutta q.m15 Andrea del Bon per essersi espressa che dessa non fila in giovedì; che se per qualche istante soltanto ella avesse filato, i buoi non avrebbero dormito; e tale fatto fu confermato dalle deposizioni testimoniali.

Nel 1647 Sebastiano Menossi di Zugliano si accusò spontaneamente d’essere benandante e d’essere intervenuto per 16 mesi al convegno delle streghe.

Erano sogni, aberrazioni di menti inferme, allucinazioni di cervelli che non funzionavano più regolarmente.16

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Footnotes & references

[1] Il Noce di Benevento era un antico albero situato nella località di Ripa delle Janare, presso il fiume Sabato che scorre attraverso le province di Avellino e Benevento nell’Italia meridionale.

Janare è un termine locale per ‘streghe’, probabilmente derivato da “dianaria” [‘sacerdotessa di Diana’], dea identificabile anche con Ecate (la dea degli inferi); oppure dal latino “ianua” [‘porta’], poiché si credeva che queste streghe si intrufolassero nelle case strisciando sotto le porte. Per impedirlo, la gente metteva una scopa di miglio vicino alla porta, che costringeva la strega a passare la notte contando i ramoscelli. Sacchi di sale posti fuori dalle porte erano ugualmente utili: la strega rimaneva occupata a contare i granelli, per poi scomparire al sopraggiungere dell’alba.

Riguardo al noce di Benevento dove si radunavano le streghe, sembra che in un periodo precedente fosse il luogo di pratiche rituali pagane dei Longobardi che vi si stabilirono dal VI secolo in poi. Queste includevano l’appendere pelli di capra sacrificate all’albero, una pratica inquietante che potrebbe aver contribuito alla nascita delle leggende che lo circondavano. Altrove nel suo libro, Ostermann osserva che ‘Riposare sotto i noci rende molto facile essere stregati, e il pericolo è ancora maggiore il giovedì quando le streghe vanno a posarsi sui loro rami.’ p. 215.

[2] Il Canino è un imponente massiccio di natura calcarea e dolomitica situato tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia. Presenta caratteristiche meteorologiche estreme, con precipitazioni molto elevate. È forse questa concomitanza tra fenomeni atmosferici intensi e la conseguente attività carcisa ad avere reso il monte luogo di leggende, in particolare l’essere sede delle anime dei dannati, i quali, secondo una leggenda, sono forzati a lavorare incessantemente per demolire la montagna. Ne parla Valentino Ostermann stesso in Il Monte Canino e I dannati. Tradizioni Friulane (1885) Cronaca della Soc. Alpina Friulana, 4: 117-121, tip. Doretti Udine 1885. In un testo del 1889 intitolato Leggende delle Alpi dell’autrice italiana Maria Savi Lopez, si legge: “Appena giunge la notte, essi carichi di pesanti catene incominciano a battere col piccone, essendo ufficio loro di disgregare I massi della montagna; e questa lotta contro le rupi delle Alpi è terribile al pari di quella contro I ghiacciai”. p. 203.

[3]La grotta è ancora registrata con questo nome nei documenti ufficiali italiani (si può vedere qui: https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/17-Busa_dai_Corvazz). Non siamo riusciti a localizzare l’edicola di cui parla l’autore (qui indicata come “ancona”) ma sembra essere rimasta attiva nell’immaginario collettivo locale. Secondo una leggenda, un tesoro fu sepolto in questo luogo dalle streghe ma, una volta che si è scavato, ad apparire è invece una lapide con l’iscrizione ‘Bene facesti che mi girasti che le costole mi dolevano’. Vedi il breve articolo di A. Zenatelli su Friuli Oggi, “Forse non tutti sanno che in Friuli c’era un posto dove ballavano le streghe”, disponibile qui: https://www.friulioggi.it/cultura/curiosita-friuli/cretaz-streghe-friuli/. [ultimo accesso 1 Giugno 2025].

[4] L’autore deve riferirsi a questo testo della scrittrice e poetessa italiana del XIX secolo Caterina Percoto Lis Striis di Gjermanie [‘le streghe tedesche’] (1863), originariamente scritto in dialetto friulano. Disponibile in friulano e italiano qui. [ultimo accesso 1 Giugno 2025].

[5] L’autore si riferisce a In Carnia di Carducci, disponibile qui: https://it.wikisource.org/wiki/Rime_nuove/Libro_III/In_Carnia [ultimo accesso 1 Giugno 2025].

[6] A pagina 99, Ostermann cita un autore di nome Del Torre e il suo testo intitolato Contadiniel (1888). Qui Del Torre parla di una battaglia tra streghe ‘oltremontane’ (probabilmente riferendosi a streghe provenienti da nord delle Alpi – forse austriache, tedesche, o altre streghe dell’Europa centrale) e un’alleanza tra streghe del nord-est italiano e dell’Istria, in una sorta di solidarietà geografica carsica.

[7] I “nati colla camicia” sono proprio i cosiddetti “benandanti” (letteralmente “buoni camminatori”), figure del folklore friulano del XVI-XVII secolo che sostenevano di poter lasciare il corpo in forma di spirito per recarsi a combattere le forze del male e proteggere così i raccolti. In particolare l’espressione “nati con la camicia”, si riferisce ai bambini che nascono ancora avvolti nel sacco amniotico. Tradizionalmente considerato un segno di fortuna, in questo contensto specifico è legato al ruolo e destino di benandante. Imprescindibile per lo studio di questo fenomeno è il fondamentale testo I benandanti (1966) dello storico Carlo Ginzburg. A proposito della camicia/sacco amniotico Ginzburg riporta la testimonianza del benandante Paolo Gasparutto: “mia madre…mi dette una camisola con la qual io era nato, dicendomi che l’haveva fatta batezzare insieme con me…; et mi disse che io era nato benandante, et che quando io fussi greande sarei andato fuora di notte…a combattere con li stregoni”. Da C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra cinquecento e seicento. Torino: Einaudi, 1966.

[8] Nelle parole di Otterman emerge in tutta evidenza l’assimilizione tra benandanti e streghe/stregoni costruita nei secoli precedenti attraverso gli interrogatori e i processi dell’Inquisizione. Si tratta però appunto di un’assimilazione forzata dall’Inquisizione stessa: negli interrogatori analizzati da Ginzburg, è chiaro il modo in cui benandanti narrassero le proprie imprese con orgoglio, convinti di essere dalla parte del giusto e di fungere da protettori della comunità cristiana. Emblematico il racconto di Battista Moduco: “Io sonno benandante perché vo con li altri a combattere quattro volte l’anno, cioè le quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito et resta il corpo; et noi andiamo in favor di Christo et li strigoni del diavolo, combattendo l’un con l’altro, noi con le mazze di finocchio et loro con le canne di sorgo”. Da C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra cinquecento e seicento. Torino: Einaudi, 1966.

[9] Per tracciare un’evoluzione del ruolo del noce Benevento nell’immaginrio collettivo relativo ai sabba, si veda D. Moretti, ‘The circulation of and exchange of ideas, myths, legends, and oral traditions in the witchcraft trials of Italy’, in M. Montesano [ed.] Folklore, Magic, and Witchcraft, Routeledge, 2022.

[10] Questo è un passaggio da Il Malmantile Racquistato, un poema eroicomico scritto dal pittore e poeta fiorentino Lorenzo Lippi, e pubblicato postumo nel 1676. Cosa sono invece il “Bau” e le “Biliorse”? Dizionario.org riporta il Bau come “voce usata per far paura ai bambini, quasi significhi una cosa terribile”, per poi menzionare ad esempio proprio questo passaggio di Lippi. La “Biliorsa” è invece una “bestia fantastica“.

[11] Per una estesa discussione dei processi contro i benandanti rimandiamo al libro di Ginzburg.

[12] Anche qui è evidente la presa dei processi dell’Inquisizione sull’evoluzione dell’immaginario sabbatico in relazione ai benandanti. Mentre i bendandati non facevano menzione della presenza del diavolo, questa viene suggsstionata giocoforza durante gli interrogatori, come in quello tra Fra Felice e Paolo Gasparutto così riportato da Ginzburg: “«Vi mena quest’angelo dove è quel altro in quella bella sedia?» Inutile dire che nel racconto del Gasparutto mancava qualsiasi accenno a diavoli o a sedie; ma la risposta anche questa volta è prontissima, e venata d’indignazione: «Ma ‘l non è della nostra lega, Dio ci guardi di impacciarci con quel falso nemico! … sonno li strigoni di quelle belle sedie». L’inquisitore incalza: «Havete mai visto li strigoni a quella bella sedia?» E il Gasparutto, «muovendo le braccia», sentendosi prigioniero della rete che gli è stata tesa dall’inquisitore: «ma signor no, che noi non femo altro che combattere!»” Da C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra cinquecento e seicento. Torino: Einaudi, 1966.

[13] In italiano corrente, “azzuffarsi”.

[14] I rami di finocchio erano l’arma tipica utilizzata dai benandanti nelle loro battaglie notturne: “Andiamo tutti a piedi, et noi combattiamo benandanti con le mazzi di finochìo, et li strigoni con le canne di sorgo”. Il finocchio potrebbe essere stato un simbolo di fertilità, e aveva anche una funzione apotropaica: Interrogatus: magniate voi finochio et aglio? responsi: Padre sì che noi ne magniamo, perché sonno contra li strigoni”. Da C. Ginzburg, I Benandanti (1966). Quando fa riferimento alla pianta di finocchio, invece, Ostermann la menziona, basandosi sui processi dell’Inquisizione, come un’arma tipica delle streghe, non facendo quindi alcuna distinzione tra benandanti e forze del male: “In un processo della Santa Inquisizione è detto che le streghe combattono tra loro usando come arma rami di finocchio”. Da La Vita in Friuli, p. 195

[15] Quondam, cioè “del fu”, del defunto.

[16] Per un’analisi antropologica della proliferazione di questa credenze, e del loro operare al limite tra diversi spazi ontologici – il domestico e il soprannaturale, il visibile e l’invisibile, l’individuale e il collettivo – fondamentale lo studio di Carlo Severi “Il Percorso e la Voce” (2004) – si veda in particolare la sezione ‘Proiezione e Credenza’.

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Estratto da Ostermann, Valentino. La vita in Friuli; usi, costumi, credenze, pregiudizî e superstizioni popolari. Udine: Domenico del Bianco Editore, 1894. Disponibile qui: https://archive.org/details/lavitainfriuliu00ostegoog 

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Approfondimenti

Ginzburg, Carlo. Ginzburg, Carlo. I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra cinquecento e seicento. Torino: Einaudi, 1966.

Montesano, Marin (ed.). Folklore, Magic, and Witchcraft. Cultural Exchanges from the Twelfth to Eighteenth Century. Routledge, 2022

Nardon, Franco. Benandanti e inquisitori nel Friuli del Seicento. Trieste: Edizioni Università di Trieste, 1999. Disponibile qui: https://www.openstarts.units.it/server/api/core/bitstreams/6be2602e-aa4a-4aa9-a935-fe023447b998/content

Severi, Carlo. Il Percorso e la voce. Torino: Einaudi. (2004).

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Immagine di copertina: Le Streghe, di Hans Baldung, (dettaglio), 1510, Metropolitan Museum of Art, New York, US


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