Venezia è forse l’unica città al mondo in cui il cibo non può che essere consegnato a piedi. Raccontando la sua esperienza di “camminatore” delle consegne, Giorgio Pirina ci fornisce un affresco dei suoi turni quotidiani, in bilico tra lavoro digitalizzato e luoghi senza tempo, con l’esperienza liberatoria del camminare in contrasto con l’impatto del turismo di massa e le esigenze della gig economy.

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Il testo che segue propone un racconto di Venezia – frutto di un progetto di ricerca sui tempi di vita, conciliazione e vita quotidiana dei lavoratori dei servizi digitalizzati – attraverso dei “pop-up etnografici”, cioè forme testuali con uno stile impressionistico-descrittivo, relativamente allo spettro di emozioni che l’ambientazione nella quale ero immerso ha evocato. Più nello specifico, questo testo rappresenta uno spaccato della quotidianità di un walker, un fattorino di un’app di consegna a domicilio, a Venezia. Walker e non rider, perché la geografia della città non consente l’uso di mezzi di trasporto, se non le proprie gambe.

Venezia è una città atipica: per come si sviluppa la vita quotidiana delle persone che vi abitano, per la struttura architettonica, per la forma (vista dall’alto sembra un pesce), per il luogo in cui è costruita–il centro di una vasta laguna di circa 550km quadrati. Il viaggiatore che non la conosce, che ne ha sentito solo parlare o che ha visto semplicemente delle foto non riesce ad immaginare cosa significhi vivere e passeggiare per le calli di Venezia, attraversando le centinaia di ponti che fungono da trama di connessione per le persone che ogni giorno affollano la città.

Pensiamo alla toponomastica. Essa differisce da quella di qualsiasi altra città (l’unica eccezione è rappresentata dalla vicina Chioggia). Innanzitutto, il centro storico è diviso a metà dal Canal Grande, il principale canale di Venezia lungo il quale troviamo tra i più belli edifici della città risalenti al XII secolo. A Venezia non esistono la via, il vicolo, il viale, la piazza. ma la calle, la salizada, il rio terà, il campo, la fondamenta, i ponti, le piscine, ecc. Vi sono solamente tre eccezioni, che confermano la regola: Via Garibaldi, via XXII Marzo e Piazza San Marco. 

I termini utilizzati per indicare le “strade” derivano dalla pragmaticità che connota Venezia: ad esempio, calle è di derivazione latina e significa sentiero (da callis), mentre la salizada trae il suo nome dal materiale con cui è stata realizzata la strada, ovvero il salizzo o selce. Il rio terà, invece, è una strada costruita in un canale interrato. Questa toponomastica si presenta in tutte le isole che compongono l’arcipelago di Venezia, eccezion fatta per il Lido, il quale presenta sul suo territorio una struttura come ogni altra città.

Il centro storico di Venezia è organizzato in sei sestieri (Cannaregio, Castello, Dorsoduro, San Polo, Santa Croce e San Marco), composti da decine di isolotti connessi tra loro da circa 400 ponti. Allo stesso modo, la numerazione civica rispecchia l’eccentricità della città poiché, a differenza degli schemi normali in cui la numerazione prosegue linearmente per gli edifici di una via, a Venezia i numeri vengono assegnati ad un punto preciso di ogni sestiere, crescendo progressivamente concentricamente per poi tornare a ritroso verso l’inizio. Il fatto che molte persone si perdano lungo le calli di Venezia e che i GPS non sempre siano precisi deriva anche da questo motivo. Questa strutturazione di Venezia esercita degli impatti rilevanti sul modo in cui il lavoro di walker viene condotto, ma anche sulle sensazioni ed emozioni provate.

Immagine di Francesco Della Puppa. Immagine iniziale di Giorgio Pirina.

 

Un intreccio di luoghi di lavoro

Il lavoro da walker inizia nel seguente modo: log-in nell’app, check-in a partire da 25 minuti prima dello slot orario prenotato, attesa di un ordine, ricezione della notifica di un ordine e accettazione (o riassegnazione ad un altro walker, scelta che però incide negativamente sul proprio ranking) di quest’ultimo. 

Una volta accettato l’ordine, la traiettoria sarà punto di partenza-punto di ritiro-punto di consegna. Camminando lungo questa direttrice devo confrontarmi con persone, architetture, tecnologie (per esempio l’app e i suoi possibili malfunzionamenti; la connessione internet che non prende bene; il GPS), bar, ristoranti, bacari, negozi e, più o meno intensamente e consapevolmente, attivo tutti i sensi (compreso il sesto senso, particolarmente utile per intuire in quale calle ci sarà più affollamento e sceglierne una alternativa), per carpire i dettagli di quanto mi accade.

Fino a oggi, i punti di ritiro sono stati sempre catene di ristoranti e fast-food multinazionali, oltre a pizzerie-kebab; perciò, lavorare come walker mi ha permesso di osservare una parte, seppur parziale, dell’organizzazione del lavoro nelle cucine di questi locali. Questa prospettiva interna-ma-esterna ha fatto sì che notassi alcuni elementi che, come cliente, tendenzialmente si notano meno o hanno poca rilevanza per l’interesse immediato di consumare. 

Per usare la metafora teatrale (ribalta/sala clienti e retroscena/cucina), i tempi di attesa per il ritiro di un ordine, in alcuni casi di diversi minuti, mi permettono di scrutare quel che accade nel retroscena dei fast food, ciò che sta al di là dell’esperienza immediata del cliente, di carpire gli stati d’animo di chi lavora oltre il bancone: i bip delle friggitrici semi-automatizzate segnalano quando le patatine sono pronte; lo sfrigolio della carne che cuoce sulle piastre; l’odore del cibo che pervade lo spazio; il suono delle casse; le chiacchiere dei clienti; la cameriera che urla “numero 78!” e si spazientisce poiché non arriva nessuno a ritirare la consumazione (un minuto in un’organizzazione del lavoro come quella dei fast food può durare un’ora).

I ritmi in alcuni casi sono serrati, anche laddove pare esserci una certa automazione del processo lavorativo. A parte poche eccezioni, i fast food a Venezia non sono molto spaziosi, sia dal lato dei clienti che da quello della cucina ma, al contrario, sono angusti e si ha difficoltà a passare quando vi è affollamento: a questo proposito, le casse automatiche non sembrano essere di grande aiuto, giacché le file per scegliere i prodotti paiono quasi accavallarsi. In diverse occasioni ho incontrato altri walker spazientiti per il tempo di attesa poiché, sebbene in parte compensato (ma solo 0,05 centesimi al minuto!), rappresenta una perdita potenziale di guadagno, il quale sarebbe certamente maggiore con una consegna.

Ad ogni modo, mi sento di dover sottolineare un elemento: i lavoratori dei fast food, pur dovendosi districare in questi spazi-tempo così stringenti, con me (in quanto walker) sono sempre stati empatici, o perlomeno hanno mostrato condiscendenza, anche quando mi è capitato di giungere in ritardo, o magari ero in un punto a loro scomodo, con l’ordine che era lì ad attendermi. 

In diverse occasioni ho ricevuto lo stesso trattamento anche dai clienti in attesa della consegna dell’ordine, quando a causa dell’errata localizzazione del GPS mi è capitato di seguire un percorso sbagliato. Una cliente in particolare mi è rimasta impressa, la quale mi ha chiamato e ha deciso di venirmi incontro in quanto “purtroppo so che qui a Venezia Maps funziona male”.

Immagine di Giorgio Pirina.

 

Riposarsi alle “Zattere”

Terminato il turno mattiniero come walker di una nota app per le consegne, lungo il tragitto per tornare a casa decido di fermarmi a riposare alle Zattere, uno dei posti più suggestivi di Venezia che si affaccia sul canale della Giudecca. Sono circa le cinque del pomeriggio di un lunedì di gennaio e comincia a delinearsi il vespero, col sole che lentamente si nasconde dietro le silhouette neogotiche proiettate dall’isola della Giudecca. 

È una bellissima giornata invernale e, sebbene siano i giorni più freddi dell’anno – i giorni della merla – la temperatura è gradevole, quasi primaverile. Mentre sono seduto e gli odori della laguna pervadono l’aria sospinti da una leggera brezza marina, lentamente il celeste vivace del cielo lascia spazio alle più avvolgenti tonalità rossastre proprie dei tramonti invernali nelle giornate terse.

Lo spazio nel quale mi trovo e lo scorcio che si profila innanzi penso siano l’ambientazione che più risalta le unicità di Venezia, città-arcipelago ad un tempo lagunare, industriale e artistica. Le tonalità rossastre sono intramezzate dal passaggio di uno stormo di cormorani, i quali volteggiano disegnando ammalianti coreografie nel cielo. Sotto di loro, la calma dell’acqua è rotta dall’incessante passaggio di vaporetti e barche, con le briccole, lentamente consumate dallo sposalizio tra aria e acqua, che resistono al costante incedere delle onde.

A fare da sfondo vi sono le ciminiere del petrolchimico di Marghera, il più grande del nord Italia, costruito nel 1917 interrando aree lagunari ed oggi esteso su una superficie di circa 2000 ettari. mentre in mezzo si presentano le isole della Giudecca e di Sacca Fisola, da dove si stagliano l’ex Molino Stucky – edificio neogotico, un tempo pastificio ed ora diventato l’Hotel Hilton – e il palazzo Fortuny, luogo di produzione di tessuti. Volgendo lo sguardo più a destra, risalta Santa Marta, con il suo campus universitario e la sede dell’Università di architettura. 

Guardando a sinistra sull’isola della Giudecca si presenta, invece, la chiesa del Santissimo Redentore, che ogni anno a luglio viene collegata all’isola madre dal ponte votivo–il ponte pedonale temporaneo costruito per la prima volta nel 1577, inizialmente composto da barche legate insieme, ed oggi organizzato in tavole di legno poggianti su strutture galleggianti.

Alle mie spalle, infine, oltre le palazzine che ospitano case, alberghi e aule universitarie, si tesse la trama di calli, campi, ponti, canali e strutture architettoniche brulicanti di botteghe artigiane e fontanelle, che forma Venezia. In quel momento di tregua dai ritmi sempre più serrati dell’odierna gig economy, lo scorcio che si mostra ad un un camminatore che si riposa su una panchina di Zattere, racconta un contrasto stridente: la storia millenaria di Venezia, al cui centro, prima ancora che al navigare, vi è il camminare, e dunque modi di vita potenzialmente e radicalmente diversi.

Immagine di Matteo Cavallaro.

 

“Zombificazione” e ri-umanizzazione

Una cosa che noto come camminatore – forse anche grazie ai legami affettivi passati che hanno acuito la mia sensibilità – è una costante, interstiziale e dissimulata tensione che accompagna Venezia tra un turismo zombificatore e la bellezza fragile ma ri-umanizzante della città-arcipelago lagunare.

Camminando per effettuare le consegne leggo, sento, palpo, vedo, nei cartelli, nelle chiacchiere, nella vita quotidiana dei veneziani, il virus che agisce nel corpo della città: lo debilita attaccando il suo organismo e le sue cellule vitali – chi abita e vive Venezia tessendo relazioni sociali non effimere – espellendo queste ultime. Come i non-morti che (in)seguono l’odore della carne umana viva, così i turisti vagano alla ricerca dello scorcio da carpire o del ricordo da portare con sé. 

Le architetture veneziane – sinuose ed eleganti all’occhio, quanto rigide e spigolose al passaggio – materializzano in maniera eclatante questa tensione condensando e ordinando, con il garbo e l’indifferenza che si confà all’eleganza aristocratica, le frotte di persone lungo la trama di strette calli e ponti, che però spesso intralciano il passaggio dei veneziani e dei lavoratori (siano essi camminatori con lo zaino o fattorini con i carretti) mossi da tempi e scelte quotidiane in contrasto con quelle dei turisti. Non sorprende che questo scenario contribuisca a plasmare un aspetto distintivo del paesaggio sonoro della città: non è raro, infatti, che si debba pronunciare con tono assertivo “permesso” per poter passare.

Immagine di Matteo Cavallaro.

 

D’altronde, chi non vive Venezia non sa che vi è una prassi tacita: camminare in maniera ordinata ed in fila stando sulla destra, in modo tale da non ingolfare le calli. Spesso il GPS non aiuta, poiché indica semplicemente il percorso più rapido e, inoltre, è lo stesso strumento che usano i turisti. Gli ingolfi che si vengono a creare sono certamente problematici per i walker, in quanto rallentano i loro tempi di percorrenza e, quindi, il numero di consegne effettuate, riducendo in questo modo i margini di guadagno giornalieri. Io, talvolta (e quando possibile), con le conoscenze pregresse supero questi problemi passando per percorsi alternativi, sebbene il tragitto aggiuntivo non sia coperto dalla remunerazione dell’app.

Provo a mettermi nei panni dei miei colleghi stranieri che vivono a Mestre e che quindi, forse, ancora non conoscono bene Venezia: come vivono queste difficoltà? Che strategie usano per aggirarle? In qualche occasione mi è capitato di “accompagnare” altri walker durante il lavoro e la rincorsa al tempo per consegnare in orario e limitare le perdite remunerative prodotte dal sovraffollamento delle calli si è spesso tradotta non in camminate, ma in marce a passo svelto. Non di rado mi è capitato di vederli “sgomitare” per superare turisti che si fermavano sui ponti o lungo le calli, per scattare foto e farsi i selfie, costantemente statici nella città fatta per camminare.

Sebbene la tensione tra turismo zombificatore e bellezza ri-umanizzante possa apparire una dualità, essa è invero una mutua relazione, giacché è la stessa bellezza che attrae l’agente virale che zombifica, il quale a sua volta ha ammaliato e ammalia, come la Maga Circe con Ulisse, i veneziani con un incanto surrettizio e subdolo, quanto concreto. Eppure, la città lagunare resiste provando a ri-umanizzare il proprio tessuto grazie agli abitanti che hanno coscienza della sua bellezza, della sua fragilità, delle sue unicità. Sembra paradossale, con lo zaino delle consegne ormai vuoto e l’app finalmente silenziosa, ricordare a me stesso che, al cuore di questa resistenza, la prima cosa che fanno è camminare. 

L’autore


Giorgio Pirina è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell'Università Ca' Foscari di Venezia, membro del Laboratorio di Ricerca Sociale (Laris), e collaboratore del gruppo di ricerca Cidospel del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell'Economia dell'Università di Bologna. Nelle sue ricerche si è occupato di catene produttive, lavoro digitale e di piattaforma e, in generale, dello sfruttamento del lavoro e della natura.


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