Perché guardiamo gli animali? Partendo da questa domanda, posta da John Berger in un noto saggio del 1977, Dario Li Gioi riflette sulle motivazioni che lo hanno portato alla realizzazione di “The Hidden Zoo”, un progetto fotografico dedicato al Bioparco di Roma. In maniera quasi paradossale, la fotografia diventa il mezzo per denunciare la scomparsa degli animali proprio nel un momento in cui essi, tutto intorno a noi, si stanno allontanando in un’immagine.

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È curioso. Sapevo di stare entrando in una grande macchina costruita apposta per guardare; eppure, i primi ricordi che ho dello zoo, in quel giorno di gennaio 2019, richiamano alla mente l’accentuarsi di altri sensi. Il bioparco mi accoglieva con la sua particolare fonosfera: misteriosi borbottii, sparute grida e colpi di origine sconosciuta si alternavano a lunghi intervalli di quiete, in cui il silenzio calava sul luogo come una coperta. E poi gli odori, come quello acre delle stalle dei cammelli, che si avverte appena arrivi. Lo zoo, il luogo in cui il posto degli umani e quello degli animali toccano i propri reciproci margini, aveva messo il mondo fuori alle mie spalle. 

E appena dentro la finzione, l’idea di essere in un non luogo, diventa evidente sin dal primo istante. Tecnicamente, mi è stato detto, lo spazio concesso agli animali prevede un’area minima tale da garantire la loro salute. Ma resta uno spazio fortemente antropizzato. Così, la discrepanza tra le nostre aspettative – quelle di incontrare una riproduzione, per quanto imperfetta e parziale, della natura – e la realtà dell’intervento antropico è forse una delle caratteristiche che colpisce maggiormente. E se non riesce ad abbandonarci, è proprio perché la finzione è parte dello spettacolo.

Roma, Italia. Aprile 2019. Dettaglio delle specie appartenenti ai piccoli primati nell’area a loro dedicata.

Roma, Italia. 18 settembre 2019. Nella stalla, il rinoceronte bianco Kibo, poco dopo l’arrivo in Italia dall’Olanda dopo 48 ore di viaggio. I rinoceronti bianchi sono una delle specie più a rischio a causa del bracconaggio. Il Bioparco ha attivato una serie di iniziative di raccolta fondi e di sensibilizzazione per difendere i rinoceronti bianchi dall’estinzione. La fotografia è stata scattata durante le attività quotidiane del bioparco senza alcun condizionamento della scena.

 

Proprio sulla finzione di questo luogo, in due importanti saggi, “Perchè guardiamo gli animali” e “Il teatro delle scimmie”, John Berger spezza quel luogo comune secondo cui gli animali siano consapevoli del nostro sguardo. Come recita l’autore, quando gli animali ci osservano, i loro occhi sono quelli di un essere vigile e diffidente, ed è facile pensare che quello sguardo sia specificamente per noi. In un certo senso, quello sguardo ci porta a pensare che ci riconoscano. Ma, ci ricorda Berger, “quel medesimo animale può benissimo guardare nello stesso modo un’altra specie. Non riserva uno sguardo speciale all’uomo”.1

Questa idea, questa interpretazione dello sguardo dell’animale come qualcosa che posiziona l’uomo al centro, ci fa pensare che tutto sia al proprio posto, e che la marginalità degli animali sia una questione naturale. Ma la marginalità, agli animali, la abbiamo semplicemente imposta, abbiamo deciso che la natura è solo roba nostra da sfruttare come meglio crediamo. e che abbiano accettato quasi di buon grado di essere ai margini.

Roma, Italia, 3 aprile 2019. Il villaggio dei macachi giapponesi poco dopo la sua apertura. Questa colonia di primati è composta da 64 esemplari, rappresentando così una delle più grandi del bioparco di Roma. Il bioparco di Roma ospita circa 200 specie di animali tra mammiferi, uccelli, rettili e anfibi. La fotografia è stata scattata durante le attività quotidiane del bioparco senza alcun condizionamento della scena.

 

Un altro punto dell’analisi che Berger fa e che ha accompagnato le mie riflessioni, e quella  sul rapporto uomo-animale nella storia. Parte da molto lontano, John Berger, analizza il ruolo simbolico, mitologico, positivo dell’animale per giungere alla marginalità frutto della Rivoluzione Industriale.  Lo zoo incarna questa marginalità. Ma allo stesso tempo, lo zoo è una vera arca di Noè che simbolicamente rappresenta non solo la salvezza, ma anche la fine del mondo o forse il bagliore di un nuovo mondo. Non necessariamente migliore o peggiore di quello che lo ha preceduto. O forse è soltanto come dice Berger “un monumento vivente” alla scomparsa degli animali.2

Come in un teatro il comportamento degli animali sembra quello degli attori. Gli animali dello zoo non hanno conoscenza del loro vero habitat, sono nati in cattività o sono stati salvati da situazioni al limite. Sanno per istinto e per abitudine che fuori li aspetta un pubblico e ne accettano la presenza come fosse un elemento costitutivo del loro habitat. È solamente dietro le quinte che avvertono le nuove presenze. Gli stessi scimpanzé che, incontrati negli spazi per i visitatori, sembrano recitare, appunto, come sul palco di un teatro, dietro le quinte mi hanno accolto con urla di protesta, perché mi vedevano come un intruso. È del tutto normale: è un comportamento adattato alla cattività. L’orango o la scimmia che ci guardano, in realtà, sono un cortocircuito. Chi guarda chi? Ci illudiamo che ci guardino e che interagiscano realmente.

Roma, Italia. 17 ottobre 2019. Il custode responsabile dell’area pachidermi durante una sessione di allenamento con Sofia, l’elefantessa asiatica donata dal governo indiano nel 1972 allo zoo di Roma. L’elefante in cattività, secondo gli studi dello staff del Bioparco, è l’unico animale la cui aspettativa di vita diminuisce. La fotografia è stata scattata durante le attività quotidiane del bioparco senza alcun condizionamento della scena.

Roma, Italia. 01 ottobre, 2019. Un macaco osserva il cibo nella stalla dalla finestra dell’area esterna. Il primo pasto viene servito all’interno. Al tramonto gli animali tornano nelle stalle. In futuro, l’idea è di lasciare l’interno aperto per permettere agli animali di entrare o uscire liberamente.La fotografia è stata scattata durante le attività quotidiane del bioparco senza alcun condizionamento della scena.

 

I bioparchi dell’ottocento, e sono molti in Europa, riflettono,  appieno questa attitudine di dominio. L’uomo ha antropomorfizzato le aree degli animali, con elementi non presenti negli habitat, dimostrando ancora una volta di subordinare il mondo animale. A onor del vero, il bioparco di Roma è di concezione architettonica ottocentesca, quindi la finzione è più evidente rispetto ad altri bioparchi come ad esempio quello di Valencia.

E poi c’è il pubblico che va allo zoo come se andasse a Disneyland. pensando che gli animali liberi siano davvero così e invece si trovano davanti una copia sbiadita e docile di ciò che c’è in natura. Benchè il bioparco si definisca un avamposto per la salvaguardia della specie, l’effetto Luna Park rimane per molti dei visitatori. Aggiungiamo che nell’era del selfie, ciò che conta di più è fare una foto con gli oranghi, per esempio, e postarla su Instagram come trofeo. Anche nel passato la foto dei bambini allo zoo rappresentava una foto imprescindibile nell’album di famiglia. Da quando ero bambino non molto è cambiato, benché la cultura ambientalista sia andata avanti.

Roma, Italia. 07 novembre 2019. All’interno della clinica del Bioparco, il veterinario Klaus Friederich sta per sterilizzare una femmina di macaco giapponese che, per la terza volta, ha abbandonato i suoi cuccioli dopo il parto. Non di rado in cattività – soprattutto i primati nati in cattività –abbandonano i piccoli, ed è per evitare ciò che è prevista la sterilizzazione. La fotografia è stata scattata durante le attività quotidiane del bioparco senza alcun condizionamento della scena.

Roma, Italia. Ottobre, 2019. Due visitatori osservano la leonessa all’interno dell’exhibit. Il Bioparco si stima sia visitato da più 500.000 persone all’anno, contro il milione di Vienna e Berlino. Tutto questo prima della pandemia.

 

Forse, come sostiene Berger, questo ha  davvero a che vedere con l’ascesa del capitalismo corporativo, dove le città tentacolari e lo sfruttamento commerciale degli animali li hanno confinati ai limiti di un mondo che è più nostro che loro. Muovendosi fra gli exhibit, tra i viali del bioparco, questa separazione appare evidente:gli spazi sono pensati per l’uomo, per favorirne l’osservazione, non per gli animali che alla fine sono al margine, appunto. Lo spazio è diviso per categorie e gli animali appaiono così come  surrogati – una copia sbiadita e docile di ciò che si trova in natura. Sembra che gli animali non si vedano da nessuna parte, se non come immagini. In conclusione, Gli umani credono di interagire con gli animali, gli animali al massimo avvertono la presenza e tutto va avanti mentre fuori il processo di estinzione continua. 

Nelle foto che ho prodotto, forse l’unico sguardo davvero restituito è quello dei keeper. I keeper, ovvero i guardiani, sono una delle parti più belle, più vive del bioparco. Adorano gli animali e gli animali li riconoscono. La loro voce, ecco torna la fonosfera, è ciò che l’animale riconosce e questo li rende tranquilli. Devo molto ai keeper, alla mia guida Fabio che mi ha permesso di entrare in quel mondo come se fossi uno di loro.

Roma, Italia. Ottobre 2019. Giulia fa parte dei keeper dell’area carnivori. Il primo pasto viene dato alle 08.30 nelle stalle, sul retro agli exhibit. All’interno della stalla, Gladio Tigre del Bengala, salvata qualche anno fa da un allevamento privato.

 

 


L’autore


Dario Li Gioi è nato a Erice (Trapani) e lavora come fotografo freelance a Roma. Nel 2016 ha fondato il Collettivo L.I.S.A. con Santolo Felaco e Gian Marco Sanna. Nella sua fotografia esplora temi sociali e antropologici. Ha studiato fotografia documentaria presso Officine Fotografiche, Roma e ha continuato presso WSP Photography, Roma. Il suo lavoro è stato pubblicato in libri e riviste tra cui, L’Espresso, D di Repubblica, Phaidon, Premio Nobel, Witness Journal, Lensculture, Vice Italia, e Click Magazine. La sua serie Gymnasium ha vinto il primo premio alla categoria sport del MIFA nel 2015, ed è stata esposta nel 2016 alla WSP Photography, Roma, Italia, e nel 2019 allo Studio Tiepolo 38, Roma, Italia.

www.darioligioi.org

Citazioni

[1] John Berger, Perché guardiamo gli animali?, in “Sul guardare”, 2016, 11

[2] Ibid., 24


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