Un tuffo nel periodo in cui lo skateboarding cominciava a fiorire: sfogliando le pagine di un numero di Life Magazine pubblicato negli anni 60, Flavio Pintarelli racconta di come il dirompente arrivo dello skate nelle città inaugurò nuove esperienze di mediazione del rapporto tra corpo e spazio.

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Il ragazzo nella foto tiene la camicia infilata nei pantaloni. Le maniche, corte, arrotolate in un risvolto che gli arriva a metà del bicipite. Sta seduto a terra, al centro di un vialetto. Ai lati aiuole d’erba rada, disegnate da pietre basse, squadrate. Si guarda la mano sinistra. La destra accarezza la gamba, poco sotto al ginocchio. Accanto a lui passeggia una coppia. La testa dell’uomo, vestito di nero, scompare oltre il bordo superiore dell’immagine, tagliata dall’inquadratura. La donna, in bianco, poggia delicatamente un piede sull’erba. Sembra emergere da dietro la silhouette del compagno. Lì, in basso, ha notato qualcosa. Ne seguo lo sguardo. Mette a fuoco. Nei suoi occhi s’intuisce un barlume d’incertezza. Cos’è quell’oggetto di forma vagamente ovale che sta appoggiato di taglio sul vialetto?

La tinta chiara che ne domina la superficie, striata da due bande scure, irregolari, s’impasta contro la gamba di un’altra donna – un abito a righe, la gonna al ginocchio – che s’intravede appena nello scatto. Riconosco una tavola da skate. Piccola, primitiva. Arriva dalla preistoria di questo sport. È una traccia, è l’isotopo di carbonio con cui datare il reperto. Quante volte ho fatto lo stesso gesto? Quante volte ho contemplato i segni lasciati dal contatto col cemento? La ghiaia impastata di sangue e i trucioli di pelle sollevati, sparsi, intorno al graffio?

Meet Bill Eppridge

Una luce caravaggesca illumina la scena. Piove dall’alto dell’inquadratura, ritagliando forme nel buio della notte. Il corpo di Robert F. Kennedy giace riverso a terra. Nel nero del vestito fuso col pavimento, spiccano il bianco della mano destra, chiusa in un pugno, e il lato sinistro del volto illuminato. Chino su di lui, lo sguardo interdetto rivolto in macchina, il lavapiatti Juan Romero gli poggia una mano sulla spalla.

Quella sera il ragazzo ha appena 17 anni e non sa che l’obiettivo del fotografo Bill Eppridge lo ha appena consegnato alla storia. Eppridge invece è perfettamente conscio del peso di ciò che sta per immortalare. Nelle sue memorie scriverà di aver pensato di essersi preparato per dieci anni, per un momento come quello. 

Sono le 00:15 della notte tra il 5 e il 6 giugno del 1968. Shiran Shiran ha appena freddato il senatore Robert F. Kennedy con otto colpi di pistola. Dice di averlo fatto per rappresaglia, il senatore ha appoggiato Israele durante la Guerra dei Sei Giorni. L’astro nascente del fratello minore di JFK si spegne quella sera, uscendo dalla sala da ballo dell’Hotel Ambassador di Los Angeles dove aveva appena festeggiato la vittoria nelle primarie democratiche dello stato della California. 

William E. Eppridge (1938-2013) sta seguendo quella campagna elettorale per conto del settimanale Life. Nato a Buenos Aires e cresciuto tra Virginia, Tennesse e Delaware è uno dei fotografi più in vista della rivista, per conto del quale, pochi anni prima, nel 1965, ha firmato un servizio che documenta l’esplosione di una nuova moda per le strade di New York.

In quegli scatti, Eppridge coglie la gioia e l’esaltazione di bambini e adolescenti. Scorrendole si colgono tutte le sfumature di un sentimento che non saprei descrivere con altre parole che non siano: divertimento senza cure, senza pensieri. La serie di intitola Skateboarding in New York.

 

 

Le pagine delle rivista frusciano sotto le mie dita. Ne apprezzo la grana coi polpastrelli. Un filo di polvere, l’umidità che ingrossa le pagine e qualche leggera scoloritura parlano di un tempo lontano. Da quante altre mani sarà passata, mi domando, prima di finire tra le mie, che l’hanno sollevata da questa bancarella di chincaglieria antiquaria allestita sotto le fronde degli alberi che costeggiano la promenade più famosa della mia città.

Mi soffermo su un altro scatto. Tre ragazzini in equilibrio sulle tavole. Pose che oscillano tra la spavalderia dell’adolescente in giacca da college sulla destra; la precarietà del suo compare al centro, che, sbracciandosi, compie un gesto d’anca per compensare lo sbilanciamento; e la concentrazione del più piccolo dei tre. Chinato in avanti, le braccia aperte, piegate ad angolo retto, protese in avanti per afferrare la vittoria in quella che sembra a tutti gli effetti una gara che suscita l’eccitazione di un gruppo di coetanei. Un uomo intabarrato in un cappotto, defilato sulla destra tra due auto, osserva le scena. Che suono avranno prodotto quelle sei coppie di ruote in poliuretano sul selciato di quella via newyorkese che sfoca nel fondo dell’inquadratura? Possiamo interrogare la foto quanto ci pare, ma quella sensazione è perduta per sempre.

Cruising

Il verbo inglese cruising significa, alla lettera, incrociare. Nel gergo marinaresco indica l’atto di ‘percorrere metodicamente con una o più navi una determinata zona di mare, per esplorarla’. Probabilmente è a questa forma di movimento – al tempo stesso metodica nel battere una porzione di spazio ma casuale nelle scoperte che in essa si potevano fare – che gli skateboarder pensavano di riferirsi quando si sono impadroniti del verbo cruising per indicare le loro derive urbane. 

Gli skater sono esploratori della città. Ne battono la superficie palmo a palmo alla ricerca dei segni che indicano un terreno adatto a essere piegato alle logiche della loro attività. Acuiscono, facendolo, i cinque sensi e li addestrano a riconoscere dettagli che, a un corpo non allenato, sfuggirebbero o risulterebbero del tutto insignificanti. 

La grana dell’asfalto, la scivolosità di uno spigolo, la disposizione di un elemento architettonico o di arredo urbano lungo come punti di una linea ideale che possono essere collegati dalla performance. Tutto ciò si esprime alla percezione dello skater come dato visivo, sonoro, olfattivo, tattile e, perché no, anche gustativo. Chi non ha mai sperimentato il sapore della polvere che si solleva e si posa quando si entra all’interno di uno spazio abbandonato da tempo?

Il loro muoversi all’interno della città è un viaggio di scoperta, che li porta o a contatto con spazi che sono limiti, residui, negativi di tutti gli elementi che identificano una città come quella-specifica-città nel circuito di scambio economico attraverso cui essa viene valorizzata o a riscrivere gli spazi più caratteristici della città, piegandoli ai suoi propri usi specifici. Lo skater abita i bassifondi e, al tempo stesso, colonizza i landmark urbani. Se nel primo caso si espone al rischio, nel secondo è lui stesso a diventare rischioso (per il potere, per l’ordine grammaticale che regola la città e stabilisce chi può o non può farne parte). 

La pratica costante, quotidiana, di questa esplorazione sviluppa nello skateboarder una sensibilità diversa, per qualità, della città che vive, dello spazio urbano che lo circonda, in cui è immerso. Se non fosse per la tavola, protesi che media il rapporto tra corpo e spazio, questa sensibilità non esiterebbe.

 

Qualcosa attraversa il corpo della ragazza. Sale dal basso verso l’alto, come un guizzo, una corrente d’energia elettrica che si scarica nell’aria tramite le sue estremità superiori. Te ne accorgi dallo sguardo, dalla qualità estatica che ti trasmette la sua espressione. La guardo e trovo una nota inebetita in quello sguardo perso nel vuoto, in quel sorriso bloccato a metà tra un’eruzione di gioia e l’incertezza del successo. Tutto intorno, l’ondeggiare leggero dei capelli, la cui piega, perfettamente eseguita, mi ammicca divertita dal bianco e nero della fotografia.

Scarpe basse, sformate. Pantaloni corti sotto il ginocchio, lunghe calze bianche. Un giaccone dai motivi geometrici. La immagino coloratissima, sgargiante, la veste di questa driade che, ebbra di un cocktail di nuove sensazioni, scivola leggera tra le auto parcheggiate. Ha conquistato il centro della carreggiata. Pare assaporare per la prima volta il gusto della sfida all’ordine che vuole le auto a regnare su quella striscia d’asfalto. Ma non è quello il centro della sua esperienza. Non è nel gesto ribelle che risiede l’essenza di quel momento. Il punto sta nell’abbandono. Abbandonarsi al flusso, al movimento, correggere, con gesti lievi, calibrati ma incerti, il moto impresso al corpo dalla tavola. C’è un mondo tutto nuovo di equilibri e sollecitazioni che si schiude alla percezione dei sensi. E lì, in quell’istante che la luce ha impresso sulla pellicola, lo scorgo in tutta la sua estensione, in tutto il suo potenziale liberatorio. Un fruscio di foglie mi scuote dalla lettura. Scopro le gambe, e i piedi, oscillare. Dunque la memoria di quei gesti non mi ha abbandonato? Qualcosa deve averla risvegliata.

Spazi espressivi

La tavola da skate è un medium. Mette in comunicazione il corpo con lo spazio e lo spazio col corpo. Lo fa agendo come una protesi che modifica il corpo, ne amplifica e riscrive le sensazioni. Mette, tra te e il terreno, dieci/quindici centimetri di altezza. Sta tutto in quello scarto, che è anche snodo. Il truck, il ponte metallico a cui sono agganciate le ruote, consente allo skater la facoltà del rollio. Il moto dello skater s’arricchisce così della virata, si apre, respira, scarta, evita gli ostacoli o li connette in una traiettoria che sì, è inevitabilmente legata al progredire, al procedere – non si torna indietro quando si è in piedi sulla tavola. Ma questo progredire non è mai ineluttabile, non è destino. È caso, caso a cui possiamo imprimere una direzione, un segno della nostra volontà. 

Nella sua Fenomenologia della Percezione, il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty parla del corpo come di uno ‘spazio espressivo’, quello che è ‘l’origine di tutti gli altri, il movimento stesso d’espressione, ciò che proietta all’esterno i significati assegnando a essi un luogo, ciò grazie a cui questi significati si mettono a esistere come cose, sotto le nostre mani, sotto i nostri occhi’.1 Il nostro corpo funziona come l’unità di misura dello spazio che lo circonda. Il corpo non esiste, nello spazio, come mero contenuto al suo interno. È attraverso l’azione del corpo che lo spazio viene plasmato nei suoi elementi costitutivi. Non è il corpo che risponde alle sollecitazioni dello spazio, ma è quest’ultimo che è plasmato dai significati che il nostro corpo proietta verso l’esterno. Per descrivere questo meccanismo in relazione allo skateboarding lo storico dell’architettura americano Iain Borden ha coniato il concetto di ‘body space’.2 Spazio corporeo, o corporizzato. Borden rilegge lo skate come esperienza che trasforma il corpo, la tavola da skate e l’architettura in una macchina complessa in cui le tre componenti cooperano alla creazione dello spazio.

Nel pensiero di Borden, lo spazio è inteso come un’entità processuale aperta e modificabile. Quando uno skater affronta un gap, lo spazio che separa i lembi di un marciapiede, compie un gesto corporeo che, per tramite di un costrutto tecnologico (la tavola) mette in comunicazione due superfici fino a quel momento separate e dà loro un nuovo significato. Anche quando uno skater è impegnato in una session (una serie di trick realizzati in sequenza, muovendosi attraverso lo spazio), i suoi gesti corporei creano legami tra elementi distinti dello spazio e lo fanno sviluppandosi a partire dalla sua lettura (percezione) e dalla sua scrittura (gesto performativo).

La capacità di leggere e scrivere lo spazio propria dello skateboarding è parte integrante dell’esperienza corporea. Scrive ancora Borden: ‘In sintesi, lo skateboarding è un processo distruttivo-assorbente-riproduttivo del corpo e dell’architettura; un atto performativo in cui il corpo e lo spazio vengono destrutturati, mescolati e ricostruiti in una nuova combinazione, sempre diversa’.3 È in questo particolare aspetto dell’esperienza, nella capacità che la percezione ha di esporci allo sguardo di quanto ci circonda e al tempo stesso di proiettarci in esso, che dobbiamo cercare le radici della differenza dello sguardo dello skater sullo spazio rispetto a quello di chiunque altro.

 

 

Li vedo scendere da una leggera discesa. Stretti l’uno all’altra, scivolano sul vialetto cavalcando in due una tavola da skate. Lei indossa un maglione neri, di filo sottile. Flette appena le ginocchia, il busto proteso in avanti. Fende l’aria con espressione concentrata, mentre afferra i polsi del ragazzo di colore dietro di lei. La presa è salda, come le mani di un capitano strette sul timone. Anche se il mare è calmo, non bisogna mai rilassarsi. È la ragazza a condurre il gioco. Lui si limita ad assecondarla. Sbircia al di là della sua spalla. Un sorriso nervoso si è disegnato sulle sua labbra. La cinge ai fianchi. Nel gesto non c’è rapacità alcuna, piuttosto incertezza e, non saprei dirlo, un filo di timore. Ce la faremo ad arrivare fino in fondo? E quando saremo lì, cosa succederà? Mi chiedo se siano questi, i pensieri che si agitano nella mente del ragazzo.

Sfilano via e spariscono alla vista. Un refolo di vento, dispettoso, ha richiuso la pagina. Ce la faremo ad arrivare fino in fondo? E quando saremo lì, cosa succederà? Resto appeso a queste domande e, mentre provo a ritrovare il segno, mi sovviene un pensiero. Non sono forse domande del genere che definiscono il senso di una storia d’amore?


About the author

Flavio Pintarelli, scrittore, vive e lavora a Bolzano. Ha studiato comunicazione, semiotica e teoria dell’immagine all’Università di Siena. Si occupa di cultura, con particolare attenzione ai temi del digitale, del visivo e dell’urbano. Ha pubblicato articoli per numerose riviste e giornali, tra cui ‘Internazionale’, ‘Prismo’, ‘The Towner’, ‘Rivista Letteraria’, ‘Vice’, ‘Il Manifesto’. È autore di due libri: ‘Su Facebook’ (:duepunti) e ‘Stupidi Giocattoli di Legno’ (Agenzia X).


Footnotes & references

[1] Merleau-Ponty, Maurice (2002). Phenomenology of Perception. Tans. Colin Smith. London & New York NY: Routledge. p.169.

[2] Borden, Iain (2001). Skateboarding, Space and the City: Architecture and the Body. Oxford & New York NY: Berg.

[3] Ibid.

___

 

Tutte le fotografie sono state scattate da Bill Eppridge e pubblicate per la prima volta in Life Magazine, 14 Maggio, 1965

 


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