Nell'inverno del 2020, la città di Vicenza ha detto addio al suo campione di calcio più amato, Paolo Rossi. In questo pellegrinaggio urbano, Giulio Todescan esplora le tracce visuali lasciate in città dai tifosi in memoria di Rossi, rivelando come il banale può diventare un intimo affresco di storia ed identità locale.

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Quando apro la porta del Caffè Quattro Novembre sono sveglio da poco, i pensieri ancora avvolti dalla leggera nebbia del sonno. Forse per questo la scena all’interno mi coglie di sorpresa: tutti gli occhi degli avventori sono incollati allo schermo televisivo, che trasmette in diretta un funerale importante. La cerimonia si svolge a meno di un chilometro da questo bar, nel Duomo di questa città nel cuore del nord est italiano. Gli occhi di tutta Italia sono puntati su Vicenza, e non capita spesso.

Nella seconda metà degli anni ’70, questo luogo in cui sono nato e cresciuto è stato anche la casa di un giocatore di calcio campione del mondo, Paolo Rossi. Tre giorni fa, il cuore della città pareva essersi fermato: se n’era andato quello che per gli italiani è l’eroe del Mundial dell’82, ma che qui rimane prima di tutto il ragazzo che ha sfiorato lo scudetto nella stagione ‘77-’78, guidando la squadra del Lanerossi Vicenza fino al secondo posto in Serie A, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Real Vicenza”. Mentre pago la colazione la barista mi dice che, su un muretto all’esterno dal bar, qualcuno ha disegnato Pablito.1 Uscendo nell’aria fredda di un sabato mattina di dicembre, scatto una foto e la posto su Instagram.

Se con Pasolini possiamo definire il calcio «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», forse i lutti ravvicinati di Napoli per Diego Armando Maradona, scomparso il 25 novembre, e di Vicenza per Paolo Rossi, che lo ha seguito 14 giorni dopo, ci possono insegnare qualcosa. Due modi opposti di interpretare la fede.

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A sinistra, il muro che delimita il parco della villa dei Beltrame, in via Cairoli, Vicenza. Foto in alta: Le vecchie biglietterie abbandonate dello Stadio Menti, Via Schio, Vicenza.

 

L’argentino, nato nella favela, arriva ai piedi del Vesuvio da campione assoluto, è adorato come un dio a cui si chiede il riscatto della capitale del Sud Italia, metropoli povera che si sente umiliata dal Nord. I suoi gol e le sue giocate spettacolari sono lampi di rivelazione. Divide, provoca e, soprattutto, vince: i primi e unici due scudetti della città. Maradona è immagine debordante: ha una troupe personale che lo segue ovunque, al regista Asif Kapadia dona 500 ore di girato inedite con cui questi confeziona un documentario intitolato, semplicemente, con il suo nome. I murales che lo glorificano già in vita si moltiplicano dopo la sua morte, coprono interi palazzi di periferia, molti firmati dallo street artist Jorit.

Rossi, nato a Prato, in Toscana, arriva a Vicenza ventenne. Proveniente da una famiglia di classe media, per intraprendere la carriera di calciatore interrompe gli studi in ragioneria. Il fisico minuto e il carattere tranquillo e disponibile fanno sì che la gente si riconosca subito in lui. I suoi gol sono colpi fatti di velocità, intuito, senso innato della posizione, precisione nel tiro, poche invece le “giocate da cineteca”. Come racconta Osvaldo Casanova, tifoso e affermato illustratore, «la maggior parte dei ricordi che ho ascoltato, dopo la sua morte, non riguardava le azioni sul campo, ma l’uomo fuori dal campo: non qualche gol memorabile, ma quella volta che l’avevano incontrato al ristorante o per strada. Come se si trattasse di un amico o di un parente». Mi chiedo se anche Rossi non incarnasse, in modo diverso da Maradona, una forma di riscatto, che consisteva forse nel far emergere una città di provincia dall’anonimato e dal senso di inferiorità rispetto alle capitali del calcio e dell’industria, Torino e Milano.2

C’è la provincia, quindi, ma c’è anche la seduzione delle immagini. Nell’immaginario collettivo italiano, Rossi è anche una delle incarnazioni di una sorta di linea d’ombra tra i «grigi» anni Settanta e i «colorati» Ottanta.3 È un momento di transizione: Pablito indossa la maglia del Vicenza nei mesi in cui la Rai introduce la televisione a colori, nel 1977, ma ancora l’anno seguente il programma calcistico La Domenica Sportiva trasmette le sintesi di molte partite in bianco e nero, come è facile verificare su YouTube. Allo stesso tempo, in quel periodo Rossi è tra i primi calciatori a prestare il proprio viso aggraziato alle pubblicità e a finire sulle copertine delle riviste rosa, non solo sul quotidiano dalle pagine rosa, la Gazzetta dello Sport. «Ho intuito subito che c’era qualcosa nell’eleganza, nel modo di essere di Rossi in campo – ricorda Pino Dato, fondatore della rivista di sport e politica locale “Il Sospiro del tifoso” –. Le immagini avevano un potere, e siamo stati tra i primi a sfruttarlo: nel ‘77 abbiamo preso a inserire in ogni numero il poster a colori di un giocatore, andavano a ruba».

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La copertina dell’Almanacco Bianco Rosso 1978 del Sospiro del Tifoso, esposta all’edicola di Levà degli Angeli a Vicenza. La ristampa anastatica è stata pubblicata dopo la morte di Paolo Rossi.

 

Ma l’immagine di Rossi non resta sulla carta. Entra a far parte dell’iconografia della città. Negli anni infinite riproduzioni delle sue foto con la maglia biancorossa sono state appese sulle pareti dei bar. E nei giorni successivi alla sua morte, il volto riprodotto a spray fa la sua comparsa sulle facciate dei palazzi, lungo le strade che di notte si fanno deserte per il coprifuoco imposto dalla pandemia, e che la mattina accolgono gli studenti assonnati che scendono dagli autobus, diretti a scuola. L’omaggio che un anonimo street artist vicentino fa a Rossi sembra confermare la l’aspetto insieme popolare e discreto di questa figura: l’immagine di piccole dimensioni, in tono minore rispetto ai fasti napoletani, è a bassa intensità, anti-monumentale. Uscendo dal Caffè Quattro Novembre, ne annoto mentalmente i contorni: le campiture monocrome a spray tratteggiano il viso, la maglia a larghe strisce bianche e rosse con collo a “V”. E poi c’è la “R” blu arrotolata, marchio della Lanerossi, all’altezza del cuore. Lo stencil è la riproduzione di una fotografia scattata nell’estate 1978 durante il ritiro a Ponte nelle Alpi, differente solo per minimi particolari dalla figurina Panini di quell’anno.4

Ciò che è interessante è che queste apparizioni non sembrano casuali: le immagini di Rossi sono vere e proprie bandiere, in grado di corroborare l’identità di luoghi specifici della città. Ma ancor più, sono piccole testimonianze di un centro cittadino che ha assimilato la storia calcistica locale all’interno del suo tessuto urbano. A qualche mese da quella mattina di Dicembre, decido di ripercorrere i luoghi dove si trovano queste immagini, per scoprire in che modo dialogano con la città. Basta segnare su una mappa i punti dove sono apparsi gli stencil per scoprire che molti si trovano nei pressi di alcuni bar, nodi nevralgici nella vita sociale vicentina. Deez, un amico tifoso, appassionato di derive urbane e assiduo frequentatore dei bar, è la persona giusta per fare da guida.

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Paolo Trapani al bancone del bar Trapani, Viale Mercato Nuovo, Vicenza.

 

Una mattina di metà aprile iniziamo la caccia al tesoro scegliendo come prima tappa il bar Trapani, vicino al mercato ortofrutticolo, nella prima periferia occidentale. Approfittando della parziale riapertura dei bar, dopo settimane di «zona rossa» anti-Covid, alcuni avventori non più giovanissimi ordinano un caffè corretto o un bicchiere di vino bianco. A servirli c’è Paolo Trapani, terzo esponente di una stirpe di osti e tifosi: il nonno fondò nel dopoguerra il bar di famiglia, al padre si deve l’omonimo Club Biancorosso. Guardando i muri visitiamo un piccolo museo: un poster datato 1960 ritrae quattro uomini sul prato dello stadio esibire fieri la bandiera del club, accanto sono esposti un orologio marchiato “R”, due sciarpe, una foto di Rossi in campo e una della squadra di metà anni Ottanta, con un giovanissimo Roberto Baggio.

Da lì proseguiamo a piedi, imboccando via Legione Antonini. «Questa era la vecchia zona industriale di Vicenza» commentiamo con Deez osservando l’alternarsi di vecchi caseggiati popolari e villette in stile art deco con giardino, specchio della composizione sociale del quartiere che agli inizi del ‘900 ospitava operai e impiegati delle fabbriche che si scorgevano non lontano. Passiamo di fronte alle serrande abbassate dell’Osteria del Cane Barbino, erede del Caffè Menti, per oltre 50 anni gestito dall’omonima famiglia, che abitava nello stesso edificio e che ha rappresentato un pezzo di storia del calcio locale. E infatti, bastano pochi passi e ci imbattiamo in uno stencil sul muro di un ex edificio industriale. Non è un caso: dall’altro lato della strada, dietro una fila di case, si trovava una volta il campo di San Felice, dove la squadra cittadina giocò dal 1919 al 1935. La Prima guerra mondiale aveva distrutto il vecchio campo di gioco nel quartiere di Borgo Casale, così Giacomo Sartea, imprenditore del settore alcolici e presidente della società calcistica, mise a disposizione un terreno sul retro della sua birreria, tra i quartieri industriali e popolari di San Felice e dei Ferrovieri. Il terreno era ribassato rispetto al piano stradale, perché veniva sfruttato come cava per l’estrazione di argilla da parte di alcune vicine fornaci. Per mettere in pari il livello del campo da gioco, furono utilizzati gli scarti dello stabilimento chimico Montecatini, ex Magni, che si trovava non lontano. Per ricoprire le buche che si formavano durante le partite, poi, venivano utilizzate le scorie scure dell’acciaieria Beltrame, da cui il soprannome che prese lo stadio: “campo de carbonea”.5

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Deez brinda all’incontro con lo stencil di Paolo Rossi in Via Legione Antonini, Vicenza.

 

È forse a partire da qui che si rafforzò il legame tra la società calcistica, fondata nel 1902 da esponenti delle professioni e della borghesia, e i ceti popolari.6 I cinque fratelli Menti, cresciuti tra l’osteria di famiglia e il campo, diventarono tutti giocatori: Pietro, Mario, Umberto, Guido e Romeo. Oggi, sul vecchio campo di San Felice sono cresciuti palazzi, ma l’edificio liberty della birreria Sartea invece è ancora uguale ad allora, anche se in tempi recenti è stato riconvertito in una pizzeria gourmet, perdendo gran parte della sua atmosfera.

Deez guida verso nord, fino al Saltatempo Cafè in via Pecori Giraldi. Bar più giovane, sui tavoli esterni si beve spritz. Dentro, su una mensola, è allestito un altarino laico: lo stencil di Paolo Rossi stampato su un quadretto tra una sciarpa biancorossa, una damigiana riempita di turaccioli e un nano da giardino. In via Cairoli, nei pressi del bar Madero, Pablito è immortalato su una cabina elettrica, tra il teatro comunale costruito sull’area dell’ex acciaieria Valbruna e il muro di cinta della villa della famiglia Beltrame – quella delle fonderie. Su un vicino muro di mattoni, una scritta di vernice rossa ancora fresca: «Rossi gol!» seguita da un’espressione non tenera nei confronti della città di Verona.7 Riprendiamo l’automobile e parcheggiamo in centro storico. Qui, incrociamo lo sguardo di Pablito su un muro in contra’ Busa S. Michele, una piccola via centrale a pochi passi dalla famosa Basilica Palladiana. Siamo nei pressi della storica osteria Il Cursore, dove si può mangiare il tipico baccalà con la polenta perdendosi tra le foto a tema calcistico che riempiono i muri. Oltre alle immagini di Paolo Rossi, ce ne sono di epoche ben più lontane, come quella che riporta questa didascalia: «Squadra bianco-rossa vincitrice del campionato veneto-emiliano 1914-15».8

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Il “santino” di Paolo Rossi al Saltatempo Cafè, Via Pecori Giraldi, Vicenza.

 

Come innescato dalla visione dello stencil sul muro, un ricordo ritorna a galla a conferma dei tanti fili che legano la figura del campione con la città. Poco distante, tra i portici di via Lioy, mi ero imbattuto una sera di novembre – poche settimane prima della morte di Rossi, dunque – in tre camion di “trasporti cinematografici” di supporto alle riprese del film Mancino naturale di Salvatore Allocca con Claudia Gerini, «dedicato al mondo del calcio giovanile e al mito del mancino italiano più famoso, Paolo Rossi». Così recita il comunicato ufficiale, che sembra ignorare che il piede forte di Rossi fosse, in realtà, il destro.

Ci spostiamo attraversando piazza dei Signori, cuore del centro storico, per raggiungere un altro bar meta abituale dei tifosi: La pausa dei dogi, un tempo noto come La loggetta. Lo troviamo chiuso, ma un gioco di riflessi fa apparire lo stencil sulla vetrina, tra le serrande di ferro. Passando sul lato del bar lungo via Apolloni, attraverso una finestra scorgiamo un «santino» poggiato su una mensola, simile a quello visto al bar Saltatempo. Ci avviciniamo a piedi alla zona dello stadio e, in contra’ della Piarda, avvistiamo un Pablito dipinto su un muro bianco, nei pressi di una fermata dell’autobus e della scuola elementare che ho frequentato. Sembra in attesa della riapertura degli stadi al pubblico – al momento impossibile a causa del Covid – quasi non attendesse altro che poter vegliare sul pellegrinaggio dei tifosi diretti alla partita.

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Riflessi sulla vetrina del bar La pausa dei dogi, Contra’ Motton Pusterla, Vicenza.

 

È lo stesso percorso che compiamo noi, attraversando i due ponti che, uno in fila all’altro, collegano le sponde dei fiumi Retrone e Bacchiglione, che qui corrono paralleli, separati solo da un terrapieno. Ancora poche centinaia di metri e raggiungiamo lo stadio Romeo Menti. Della costruzione originale, inaugurata nel ‘35, resta soltanto l’arco d’ingresso che richiama la serliana, motivo architettonico ripetuto per 44 volte nella Basilica palladiana, monumento simbolo della città. Per il resto è frutto di ammodernamenti e ristrutturazioni succedutesi nei decenni. Il cemento consunto delle gradinate, ingentilito solo dai tralicci d’acciaio che sostengono la copertura della tribuna centrale, dona all’impianto un geometrico fascino industriale. Sui muri esterni, tra i simboli dei gruppi ultras e un nuovo grande murales dedicato a Rossi su un varco di accesso alla tribuna, si contano almeno sei stencil. Il più romantico si trova tra due finestrelle delle vecchie biglietterie, in abbandono da anni, sotto un muro impregnato di umidità.

Dopo aver camminato tutto attorno allo stadio, riprendiamo l’auto e ci spostiamo a nord: in viale Trieste, uno stencil ci indica la via d’ingresso del cimitero. Se a me la posizione sembra incongrua, la mia guida coglie invece anche in questo luogo un collegamento con la storia calcistica. Mi fa strada entrando nella parte moderna del cimitero, dove è sepolto un altro esponente della famiglia Menti: si tratta di Luigi, nipote di Romeo, che giocò a lungo nel Vicenza e che era soprannominato affettuosamente “bagolina”, che in dialetto vicentino indica il bastone da passeggio, a indicare il suo fisico alto e asciutto. «In questa lapide non c’è la croce – mi fa notare Deez ­indicando il loculo – ma al suo posto, a destra del nome del defunto, c’è la “R” rossa di Lanerossi». Nella foto, Luigi Menti è ritratto come in una figurina a colori: un giovane calciatore con indosso la maglia della squadra.

Proseguendo in auto verso la periferia, parcheggiamo in via Quadri, trafficata strada di circonvallazione, dove incontriamo un volto di Pablito su una cabina elettrica, che guarda verso est, in direzione della vicina città di Padova. La posizione non è scelta a caso. Passa di qui il percorso obbligato attraverso cui le forze dell’ordine scortano le auto dei tifosi del Padova, quando al Menti si gioca il derby tra le due squadre.

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Uno studente aspetta che il semaforo diventi verde per attraversare la strada, Via Quadri, Vicenza.

 

E proprio qui, gli ultras biancorossi sono soliti dare il rumoroso benvenuto – si fa per dire – ai tifosi avversari. Si torna in centro storico per l’ultima tappa, all’osteria Pitanta in contra’ Santa Lucia, uno dei più popolari ritrovi pre-partita, tappezzato di reperti calcistici. All’esterno del locale, l’icona a spray di Pablito protegge gli avventori come un nume tutelare, da sotto una mensola poggia-bicchiere.

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Osteria Pitanta, contra’ Santa Lucia, Vicenza.

 

Restano due fuori programma. Il primo, sul cavalcaferrovia di viale della Pace: sulla destra uno striscione con la scritta “Rossi gol” e la silhouette del calciatore è appeso sul capannone di una piccola azienda. L’omaggio era stato ripetuto in modo simile in diversi quartieri per iniziativa di gruppi di tifosi, mi spiega Deez, e quello è rimasto in evidenza anche a mesi di distanza.

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Uno striscione di Paolo Rossi appeso sul capannone di una piccola azienda, Vicenza.

 

Il secondo fuori programma è al bar New Bunker nel quartiere periferico di Anconetta, sede del Club Biancorosso intitolato all’allenatore del “Real Vicenza” Gibì Fabbri. Alle pareti mi colpisce una bella fotografia che lo ritrae con espressione pensierosa, durante un allenamento. In un angolo della cornice gli fa compagnia la foto del “suo” portiere Ernesto Galli, un altro protagonista di quella stagione ad essersene da poco andato. Il barista del New Bunker prende una bottiglia di LaneGol (“Il liquore aperitivo del tifoso vicentino”) e insiste per farcelo assaggiare. In cambio, prometto, gli invierò le foto che ho scattato al bar e alla bottiglia.

Questa breve esplorazione urbana mi ha mostrato alcune forme con cui la memoria popolare ha reso omaggio al campione. Ma a distanza di cinque mesi esatti dal giorno della morte, anche le istituzioni hanno svelato in che modo intendono dedicargli uno spazio significativo nel tessuto urbano. Una piazzetta di fronte all’ingresso dello stadio, hanno annunciato il sindaco, la famiglia e i vertici della società calcistica, sarà intitolata Largo Paolo Rossi. Al centro dell’area, che sarà resa pedonale, sorgerà una statua in bronzo che ritrarrà il calciatore con indosso la maglia della nazionale italiana, seguendo un modello già sperimentato in alcuni stadi storici in Europa. Secondo i rendering del progetto, le vecchie biglietterie, sul cui muro scrostato ora appare lo stencil, verranno restaurate e rimesse in funzione: una mano di vernice rossa coprirà lo stencil, cancellandone le tracce. Ma nuove riproduzioni di quel volto, c’è da scommetterci, affioreranno altrove, facendo rivivere l’amore della città per il suo mito calcistico.

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About the Author


Giulio Todescan è nato a Vicenza nel 1981. Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna, è giornalista professionista, lavora all’agenzia di comunicazione Blum e collabora con il Corriere del Veneto. È co-regista dei documentari Good luck, Vicenza (2007) e L’acqua calda e l'acqua fredda (2015) e tra gli organizzatori di Working Title Film Festival – Festival del cinema del lavoro. È presidente dell'associazione Laboratorio dell'inchiesta economica e socialeLies.


Citazioni

[1] Il soprannome fu coniato dal giornalista Giorgio Lago durante i mondiali in Argentina del 1978.

[2] Dopo tutto, in seguito al raggiungimento del secondo posto in campionato, il presidente del Lanerossi, Giussy Farina, osò sfidare le gerarchie del calcio. Il campione era in comproprietà tra Vicenza e Juventus e Farina, anziché cederlo come tutti si aspettavano, in un’asta a buste chiuse offrì oltre il doppio rispetto alla squadra di Torino. L’attaccante restò quindi al Vicenza, ma la stagione successiva la squadra fu retrocessa in Serie B. Solo negli anni Novanta sarebbe tornata in A, vincendo la Coppa Italia.

[3] Sull’importanza simbolica che assunse la vittoria dei Mondiali dell’82 nella costruzione di un nuovo orgoglio nazionale e di un senso comune orientato all’ottimismo, cfr. Marco Gervasoni, “Storia d’Italia degli anni Ottanta”, Venezia, Marsilio, 2010, pagg. 30-33

[4] La foto è pubblicata su Wikipedia a questo url: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Paolo_Rossi_Vicenza.jpg

“Paolo Rossi, la carriera raccontata attraverso le figurine Panini”, Sky Sport, 10 dicembre 2020, url:  https://sport.sky.it/calcio/2020/12/10/paolo-rossi-carriera-figurine-panini#05

«È particolare – mi dice Casanova –, perché è uno dei pochi ritratti in cui Paolo Rossi non sorride». Indago tra i fotografi locali che all’epoca immortalavano le gesta del campione, prendo contatti con collezionisti, ma il nome di chi scattò quella fotografia rimane avvolto nel mistero.

[6] “A San Felice il primo stadio e una birreria come casa”, Il Giornale di Vicenza, 20 April 2021, URL: https://www.ilgiornaledivicenza.it/iniziative/lane-120-anni/in-viaggio-con-il-vicenza/a-san-felice-il-primo-stadio-e-una-birreria-come-casa-1.8577127

[7] Sull’acerrima rivalità calcistica (e non solo) tra Vicenza e Verona: “Verona v Vicenza: how one of Italian football’s great rivalries could be reborn” di Luca Hodges-Ramon, The Guardian, 2 giugno 2015, url: https://www.theguardian.com/football/the-gentleman-ultra/2015/jun/02/verona-vicenza-italy-serie-a-football

[8] Tra i cognomi incollati sui giocatori, spicca quello del capitano Vallesella, che nel ‘19 emigrò in Argentina in cerca di fortuna.

Pino Dato, “Storia del Vicenza”, Vicenza, Dedalus, 2002


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